La mostra di architettura della Biennale sta sollevando finalmente qualche reazione polemica e c'è da sperare che serva ad evitare un futuro stancamente ripetitivo. Molti dei modellini che abbiamo visto a Venezia erano già presenti nella mostra di due anni fa e le scelte del curatore hanno privilegiato ancora una volta una sola delle tendenze che dominano il campo in tutto il mondo: quella del decostruttivismo, che dopo un periodo più rigoroso ispirato dal pensiero di Derrida, è diventato una moda superficiale basata su contorsioni, esplosioni, deformazioni caricaturali, rovesciamenti e chi più ne ha più ne metta. Questa moda distruttiva è stata tristemente profetica rispetto al crollo delle Twin Towers, alle guerre riemergenti e a fenomeno del terrorismo e c'è chi se ne compiace dicendo che si tratta di una architettura che ha saputo esprimere e persino anticipare lo "spirito del tempo". Forse però, oltre a questo spirito che si basa sull'accettazione passiva dei disastri e del caos urbano, il nostro tempo dovrebbe esprimere un altro spirito volto ad evitare che i disastri si ripetano, e a cercare di guarire i mali che affliggono le nostre città e le rendono sempre meno vivibili. La cultura architettonica italiana è rimasta fedele ai grandi temi che ne hanno caratterizzato l'adesione, negli anni Trenta del secolo scorso, al movimento moderno e la sua attiva partecipazione, nel secondo dopoguerra, al superamento delle posizioni delle avanguardie storielle. Avendo fatto il direttore della mostra una scelta controcorrente, non meraviglia che siano assenti molti degli architetti italiani più significativi. Tra i grandi meriti che vanno riconosciuti all'Italia c'è quello di aver studiato la genesi dei tessuti urbani, di aver indagato il valore delle tipologie edilizie, di aver approfondito la nozione di luogo e di paesaggio, realizzando alcune delle opere moderne che meglio si sono collocate nel contesto storico e naturale. Evidentemente Forster vorrebbe che gli architetti italiani, smettessero di attardarsi su questi temi e accettassero finalmente la rivoluzione da lui propugnata: il passaggio cioè dalla dialettica millenaria di pesi e sostegni alla architettura di superfici continue piegate o incurvate tenute in piedi in virtù degli equilibrismi di abili ingegneri costretti a rinnegare la scienza delle costruzioni. La conversione però non mi sembra probabile perché a favore di questa anomalia italiana militano molte ragioni concrete non facilmente modificabili. Anzitutto la tradizione classica che fa parte ancora della nostra eredità biologica e che anche più volte in passato ci ha spinto a filtrare gli eccessi e le irrazionalità dilaganti, e poi l'identità del nostro paese, densamente abitato e pieno di montagne, di monumenti e paesaggi da conservare gelosamente, in cui c'è da augurarsi che il poco territorio rimasto libero non venga ulteriormente urbanizzato o guastato da ingombranti presenze. I grattacieli per Milano da Zaha Hadid Libe-skind, due dei più applauditi campioni della "architettura superficiale" danno una idea di quanto potrebbe essere dannoso il trapianto in un paesaggio urbano nato in ossequio alla «millenaria dialettica di pesi e sostegni» di oggetti pensati all'insegna della irrazionalità. Pur essendo una città moderna Milano è ancora un luogo con un suo carattere e una sua forza d'immagine e per di più è la città italiana che, attraverso il Razionalismo, ha acquistato una identità inconfondibile. Speriamo che, in ossequio a una moda passeggera, prossima all'esaurimento, dopo decenni di forzata astinenza, non sia costretta ora ad ubriacarsi con la torre floscia di Libeskind. Per dirla in breve, questa architettura che ha segnato gli anni a cavallo del nuovo secolo non ha nulla a che fare con le qualità architettoniche che hanno reso il nostro paese famoso nel mondo: il senso dell'equilibrio, l'armonia delle proporzioni, la forza plastica e dinamica della parete che modella lo spazio, la capacità di confrontare la più ardita modernità con l'eredità storica, come seppero fare magistralmente Terragni, Albini, Gardella, Libera, Ridolfi, Samontà, Moretti, Scarpa Michelucci, Nervi Rossi e come ancora sanno fare, per nominare solo alcuni, De Carlo, Aymonino, Gregotti, Canella, Grassi, Monestiroli, Burelli, Natalini, Venezia, Zermani, Cellini, D'Amato, Prati: tutti assenti naturalmente dalla farragginosa rassegna della Biennale. E se non ci fossero altre ragioni più profonde un altro dei motivi per i quali questo genere di forme non sono adatte al nostro Paese, si dovrebbero invocare quelle dell'economia. Sono architetture, quelle di cui si parlano, che costano il doppio di quelle «normali» (che fortunatamente si continuano a costruire non solo in Italia ma in tutto il mondo), richiedono continua manutenzione e rischiano spesso il collasso come è avvenuto per l'aeroporto di Parigi o, per la stazione degli autobus di Strasburgo. Insomma, prima di abrogare Vitruvio con la sua fin troppo ovvia triade della firmitas, utilitas, venustas, sacrificandola alla moda della leggerezza, calcoliamo bene se ne vale la pena. Paul Valéry ammoniva molti anni fa che bisogna essere leggeri come gli uccelli, non come le piume.
L'architettura italiana non deve cedere all'effimero
La mostra di architettura della Biennale di Venezia sta sollevando polemiche per aver privato la scena architettonica italiana di alcuni dei suoi più significativi esponenti. Il curatore della mostra ha scelto di promuovere la moda del decostruttivismo, che è stata criticata per essere superficiale e basata su contorsioni e deformazioni caricaturali. La cultura architettonica italiana è stata fedele ai temi del modernismo e del razionalismo, e ha studiato la genesi dei tessuti urbani e il valore delle tipologie edilizie. La mostra ha esposto opere di architetti stranieri, tra cui Zaha Hadid e Frank Gehry, che sono state criticate per essere dannose per il paesaggio urbano.
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