Il Mart di Rovereto rende omaggio alluomo che lha progettato e realizzato Con un "racconto autobiografico" diviso in dodici sezioni tematiche Cè molta memoria poetica e storica nella ricca retrospettiva con la quale Mario Botta festeggia cinquantanni di lavoro. E la mostra non poteva che svolgersi al Mart di Rovereto, nella costruzione che egli ha progettato e realizzato: così bella ed essenziale da costituire un omaggio alla discrezione e al buon senso. Divisa in dodici sezioni tematiche (tra cui spiccano i progetti di realizzazioni di case, di luoghi lavorativi, di chiese, di musei, di scenografie teatrali), la mostra è il racconto autobiografico di un grande protagonista dellarchitettura contemporanea. Ogni cosa sembra corrispondere a una parte della sua anima. Alla gioia e al dolore, al raccoglimento e alla serenità, allasprezza e alla forza, al lieve e al pesante: ogni sensazione trova, tra lo spazio e la luce, la propria ragion dessere. Non è questo che chiediamo a un artista? Non è nel suo grado di emozionarci che misuriamo la nostra affezione alle sue creazioni? Il lavoro di Botta rientra nellalveo del moderno. E stabilisce un percorso riconoscente verso quei maestri con i quali ha studiato e imparato. Innanzitutto Carlo Scarpa. Ma poi Le Corbusier e Louis Kahn. Maestri che gli hanno insegnato a vedere, ad immaginare e a sperimentare. La bellezza per Botta non è un modello ideale al quale uniformarsi, un mondo fine a se stesso, ma una sperimentazione continua. Essa implica calcolo, rischio e dedizione verso luomo. Opera nel presente ma non può fare a meno del passato. È in questa costellazione che le architetture di Botta trovano slancio e forza di appartenenza: non solo alle proprie radici ma anche a quelle altrui. Ed è come se i suoi progetti abbraccino più mondi, più realtà, vivano tra molteplici identità. La modernità si nutre di contrasti, a volte di contraddizioni. E quando fiduciosa si rivolge al futuro non può fare a meno del passato. Ma di quale passato? Botta non ama, e si vede lungo tutto il percorso, la mania citazionista del postmoderno, lironia che giustifica ladozione in blocco di uno stile antico o di un dettaglio arcaico. Semmai predilige la storia come accumulazione di esperienze e di simboli che arricchisce e trasforma il nostro punto di vista sul mondo. La difesa che egli ha fatto delle città europee contro il modello americano o asiatico ne è la riprova. In quelle si fa chiara lesigenza di una storicità che è insieme memoria e azione. Etica ed estetica. Ma queste due ultime entità, che il Novecento con le Avanguardie ha separato, possono di nuovo convivere? Da quando esiste luomo, esiste il diritto allhabitat. Un diritto, sostiene Botta, al valore abitativo che attraverso le case, le città, gli arredi metta al centro luomo. E la mostra illustra questa filosofia dellumano costruire. Tra i disegni, le foto, i progetti spicca una sezione dedicata agli innamoramenti, ai debiti che egli ha contratto col proprio lavoro. Alcuni nomi sono già stati fatti, altri non necessariamente architetti spuntano come flash da un passato che Botta ama ricordare: Picasso, Giacometti, Dürrenmatt, Klee, Duchamp e il romanico, Pasolini e Sanguineti. Per ognuno, una frase, un commento, un ricordo. Che li materializza e li trasforma in vecchi amici venuti al Mart a festeggiare mezzo secolo di avventure.