Occhio globale, cuore locale ecco larte del Canton Ticino Quattro secoli di storia in 250 opere dal barocco allottocento fino allastrattismo Una terra di mezzo. Questo è stato il Ticino dellarte. Soprattutto fra Otto e Novecento quando, diviso fra lenergia degli umori espressionisti in arrivo dal nord e le folate daria calda, mediterranea che soffiavano da sud, vide i propri artisti mettere a registro un linguaggio riconoscibile, costantemente in bilico fra sogno e natura. Lo racconta bene la mostra appena aperta al Museo darte di Mendrisio, che negli ambienti freschi di restauro dellantico convento dei Serviti snocciola 250 pezzi selezionati nel fondo di una collezione che ne comprende ben 2500. Il curatore Simone Soldini è riuscito a trovare un bandolo nella matassa di immagini disseminate fra il Seicento e i giorni nostri, firmate da autori dotati tutti di grandi antenne tese verso ogni stimolo in circolo oltre confine, ma rigorosamente passato al vaglio di un forte attaccamento alla terra e alle tradizioni del luogo. Ne sono un esempio le opere darte sacra che aprono il percorso, siglate da maestri fedelissimi al copione iconografico dettato da Carlo Borromeo, nel segno di una controriforma cattolica qui particolarmente sentita data la vicinanza della "minaccia" protestante che calava dallalto sulla Svizzera italiana, e che un bellissimo stendardo con la Madonna del Rosario evoca nei simboli legati alla lotta contro leresia e nellapparizione di un sacro monte mariano eretto a difesa della fede. Arricchita da lasciti e acquisizioni, la raccolta sfoggia i suoi pezzi migliori in ambito ottocentesco dove le opere ticinesi dialogano con i loro referenti internazionali; è il caso dei paesaggi liquidi, accesi di "impressioni", tracciati da Ambrogio Preda che non teme il confronto con due piccoli capolavori, pieni di luce, di Corot e Signorini. Ma anche dei ritratti in bilico fra romanticismo e simbolismo di Filippo Franzoni, lo scapigliato di Locarno, che a Brera si confrontò con il vecchio Tallone (bello il volto esposto) prima di accostarsi al naturalismo istintivo di Grubicy, con vedute spazzolate dal vento. I disegni e le scene di genere di Pietro Chiesa, protagonista tout court dellarte ticinese di primo '900, strappano un applauso per il senso dintimità e amore per la terra che chiude la sezione dellanteguerra e lascia spazio ai rapporti più complessi fra autori stressati dal dibattito moderno fra realismo e astrazione. Qui se la giocano nomi come Gonzato o Dobrzanski attratti dallacidume tedesco di Wiemken e Grosz (un disegno davvero scostumato); oppure Salati e Bolzani innamorati della scuola italiana di Sironi e Carrà. In una carrellata di pezzi che scorrono dal neocubismo allinformale, si approda agli esiti astratti condivisi da Huber e dal comasco Radice, oltre a una sala dedicata agli "ultimi naturalisti" con Morlotti testa di ponte fra la Lombardia e il Cantone.