Franco Miracco è consigliere d'amministrazione della Fondazione La Biennale di Venezia Qualche giorno fa il direttore di questo giornale, senza alcuna animosità polemica, ha sostenuto che la Regione non conta più niente in Biennale. Malevolenza da delusione inaspettata o provocazione volta a individuare i veri contorni di un «potere politico» ostile e contrario all'ingresso della Regione del Veneto nel proprio «sistema circolatorio»? Si tratta di una questione attorno cui, probabilmente, vale la pena intanto vedere se ci riesce di far riaffiorare i tratti essenziali di una storia, quella della Biennale, dato che per l'oggi e per il domani è fin troppo facile scorazzare qui e là tra slogan a colori vivaci o tra utopie di successi «andata e ritorno» da cui la Fondazione Biennale dovrebbe far presto a tirarsi fuori. Dopo gli anni Sessanta e Settanta la Biennale aveva imposto il suo primato ad un «mondo interno» che andava da Roma a Parigi, da Venezia a Berlino, dal Lido a Hollywood, ad un certo momento fu chiaro che quel vecchio «spazio» era esploso. E che ovunque, per davvero ovunque, nascevano di continuo, nel sempre più vasto «mondo esterno», nuove costellazioni, nuovi protagonisti, nuovi circuiti che assorbivano energia operativa e credibilità culturale da ogni direzione e dimensione, sia dal punto di vista finanziario che ideativo. Chissà di che si occupava allora, a proposito di cultura, la Regione del Veneto. Ove non fossi stato sufficientemente esplicito, intendo rifermi ad anni in cui tutte le grandi città italiane seppero inventare un'inedita politica culturale per molti versi ancora oggi vitale e propulsiva. E concorrenziale, se la si osserva dal concentramento assunto per forza di cose dalla Biennale. Quel modello di città della cultura, ovvero di metropoli attraversate dalle diverse espressioni dell 'artisticità o della creatività contemporanea, fu subito ripreso, perfezionato e potenziato da altri in Europa e nel mondo. Così in Francia o in Spagna, ma lo stesso può dirsi per la Germania o per l'Australia o per dovunque si è visto, si vede e si vedrà svolgersi un qualcosa di vincente nelle arti visive, nell'architettura, nel cinema, nel teatro, nella musica e nella danza, tanto per restare alla schema biennalesco. Perché se da questo si esce, ci si può imbattere addirittura in città o parti di città appositamente costruite per la cultura, in spazi che appartengono al circolo virtuoso dell'architettura contemporanea e che si aprono a potenti mecenatismi e, pertanto, a energie che dal piano operativo possono estendersi prepotentemente a quanto di rneglio accade nell'attuale creatività su scala planetaria. Eppure, dirà qualcuno, ci fu la Biennale dei Dorigo e degli Ammannati, dei Pallucchini e dei Labroca, ma anche dei Ripa di Meana e dei Portoghesi. Appunto, cronache di una "galassia» mitica, scomparsa milioni di anni-luce fa. E in quella galassia non navigava di certo la navicella della Regione del Veneto. La storia più o meno è questa, ma ora interessa per davvero poco sapere se nei «giochi» di certa politica (di certa politica, non della politica culturale che è cosa altra) la Regione conta o non conta. Credo che solamente in un modo si possa contare sul serio, mediante cioè nuove idee, mediante capacità progettuali in grado di "leggere» in termini culturali cosa accade intorno alla nostra «piccola» Biennale. Si conta se si è capaci di elaborare un 'originale politica culturale che abbia senso rispetto al resto d'Italia e del mondo. Altrimenti Lucerna vale di più, infinitamente di più di Venezia. E Roma e Milano guardano a Barcellona e a Sciangai, dimenticandosi, le crudeli, di Venezia che resta al palo della nostalgia, della memoria, tutt'al più di una baruffa per un biglietto di invito in più o una cena in meno. Da questo punto di vista, la riflessione su di un adeguamento di Venezia e dintorni alla sfida che da ogni parte le viene in campo culturale, la Regione la fa e cerca, nei limiti delle sue competenze, di suggerirla anche ad altri soggetti istituzionali. Ma innanzitutto, ciò che manca è l'idea di città. Che cosa vuole essere Venezia nei prossimi decenni, come vuole essere questa città? La Regione, partecipando, per esempio, alla Biennale Architettura nell'ambito del Padiglione delle Città d'Acqua, una qualche idea di come dovrebbe potersi presentare nel prossimo futuro una venezievolmente grande e moderna città d'acqua ce l'ha. Si vada a vedere all'Arsenale, nel Padiglione flottante, come altre città si sono attrezzate o lo stanno facendo nel segno della qualità urbanistica e architettonica e della futura bellezza metropolitana. La Regione Regione del Veneto, insomma, non partecipa e quindi non conta niente rispetto ai «giochi» della lottizzazione politica o di una politica che non sa nemmeno lottizzare. La Regione del Veneto c'è lì dove la cultura scorre sui nastri giusti: dall'isola di San Giorgio al Castelvecchio di Verona, dall'archivio di Carlo Scarpa alla Biennale Architettura, dagli studi e dalle mostre palladianedi Vicenza alle grandi imprese editoriali sulla Storia della pittura veneta e sulla Storia di Venezia. Ciò premesso, la Fondazione la Biennale di Venezia... puntini sospensivi, perché il resto della riflessione mi sembra corretto riservarlo al prossimo consiglio di amministrazione, se non altro per non cadere nel guazzabuglio tipico di un paese alle vongole.