MESSINA. L'ultimo in ordine di tempo è stato Pietro Grasso. Il procuratore capo di Palermo, durante la tre giorni di studio in memoria del giudice Rosario Livatino (ucciso quattordici anni fa dalla mafia), ha enunciato un teorema che ha una sua controparte: «Avere coscienza dell'importanza dei Beni culturali e del patrimonio artistico è un passaggio rilevante nella lotta alla mafia». Il rovescio della medaglia? Il patrimonio artistico è, per la criminalità organizzata, un'arma contro lo stato (stragi del 1993) e di grande guadagno: dal business internazionale ai semplici furti a scopo estorsivo ( «denaro per la restituzione, ma anche benefici da parte dello Stato», spiega il procuratore), i beni culturali in Sicilia vivono contemporaneamente rinascimento ed epoca buia. E i casi esemplari, dei percorsi seguiti e dei pericoli, sono tre: "La Natività" di Michelangelo Merisi da Caravaggio, rubata dall'Oratorio di San Lorenzo di Palermo nel 1969 e mai più ritrovata (la sua localizzazione e i suoi spostamenti sono diventati quasi una leggenda metropolitana), la cosiddetta 'Venere di Morgantina", che adesso si trova al Paul Getty Museum di Malibù e la famosa "Phiale d'oro", che però è una delle poche storie e lieto fine. Infatti, dopo un vissuto rocambolesco alle spalle, ed esposizioni in tutto il mondo, l'opera è tornata in Sicilia ed è esposta nell'Antiquarium di Himera. Ma casi clamorosi appartengono anche al passato recente e riguardano Messina, pur risalendo entrambi agli anni Quaranta. Il primo riguarda la beffa consumata ai danni dello Stato nel giro di dieci anni, che coinvolse più persone, che vide scendere in campo Rodolfo Siviero, lo 007 italiano dell'arte che impedì le spoliazioni naziste, e che finì con un processo burla. E' la storia di duecentosessanta tele, svariate maioliche veneziane e di Castel Durante, ori, argenti e paramenti sottratti dal Museo di Messina dal 1939 in poi e sostituiti con delle copie da Domenico Omero, custode del Museo. Degli scambi, si accorse Federico Zeri, che mise in moto la vicenda quando trovò un dipinto del Museo di Messina a casa dell'industriale farmaceutico milanese De Angelis. La seconda, nel primo dopoguerra, è avvolta ancora nel mistero: che fine fecero le opere d'arte custodite nel Duomo fino al disastroso incendio del 1943. Allo stato attuale, non rimangono in città neanche i resti, e sembra che questi abbiano preso la strada degli Stati Uniti e dei collezionisti privati. Altri tempi, però: si usciva da una guerra e c'era bisogno di "grana" per ricostruire in copia la cattedrale. Ma oggi? Oggi funziona così. Scrive Stefano Caselli su Narcomafie: «Non esistono, a oggi, stime ufficiali sulle cifre del mercato clandestino del traffico di opere d'arte. Un'inchiesta a livello mondiale pubblicata nel 1994 dal settimanale inglese Trace lo colloca addirittura al secondo posto per volume d'affari, preceduto solo dal traffico internazionale di droga. Ogni anno, soprattutto nel Mezzogiorno, scompaiono da scavi, musei, chiese, collezioni private o pubbliche, migliaia di oggetti. In trent'anni di attività, dal 1970 al 1999, 1il Comando dei carabinieri per la Tutela del patrimonio artistico ha documentato 36.889 furti d'arte (oltre cento al mese, 3,36 al giorno), 544.960 oggetti asportati, 10.348 persone indagate e 3.421 arrestate, 174.673 opere e oltre 350.000 reperti archeologici provenienti da scavi clandestini recuperati (tra cui 7.594 opere d'arte rubate in Italia e ritrovate all'estero). All'attività dei carabinieri si affianca quella della Guardia di Finanza che, nel solo 1999, ha sequestrato oltre 98.000 oggetti antichi e più di 70.000 reperti tra frammenti di vasellame, vasi completi, prodotti ceramici e monete di metallo prezioso. Le regioni più colpite dal saccheggio sono Sicilia e Puglia». E la destinazione? Secondo Narcomafie, gli States sono la meta più ricorrente: «Si stima che oltre il 40 della refurtiva venga ricettato negli Stati Uniti, dove la maggior parte degli oggetti esposti nelle collezioni private risulta esportato senza la necessaria autorizzazione del Ministero dei beni culturali. Nella graduatoria di "gradimento" dei trafficanti seguono Giappone e Australia. Ma l'archeologia rubata non rifornisce solo le collezioni private: oggetti di dubbia provenienza possono trovarsi esposti nei più famosi musei del mondo». Qualsiasi dato può essere esemplare, e basta prenderlo a caso: in Sicilia, dal 1991 al 1996 sono scomparse 24.265 opere, con una media di undici al giorno e con una refurtiva che spazia dalle monete, ai reperti archeologici, ai paramenti sacri, ai libri, alle suppellettili religiose. Non solo dipinti e statue, quindi: per il mercato straniero, per quello locale dei mercatini e degli antiquari e per quello del furto con riscatto, tutto fa brodo. Così, nel 2003, il dato nazionale dell'attività repressiva è il seguente: persone arrestate 54, persone deferite all'Autorità Giudiziaria 807, opere d'arte recuperate 15.936, opere d'arte false sequestrate 1.626, reperti archeologici provenienti da scavi clandestini 10.586. L'invito alla maggiore attenzione da parte di Piero Grasso si accoppia con tentativi già fatti in passato utilizzando internet. Da anni, per esempio, il Comune di Palermo ha messo on-line una sezione che si chiama "chi le ha viste" (www.comune.palermo.itChilehaviste), dove si possono consultare le sezioni tematiche con le opere scomparse in città. Accanto, i link del ministero dei Beni culturali e del Nucleo Tutela patrimonio Storico artistico dei Carabinieri. Andando su quest'ultimo (www.carabinieri.itcittadinoinformazionitutelaculturaleTPCMain.htm) si può avere un'idea sullo stato dei furti (ma l'archivio è parziale e comprende solo le opere il cui furto è stato denunciato e hanno una loro riproduzione fotografica) nell'Isola, provincia per provincia. Ecco un po' lo stato delle cose. Agrigento (totale 1): unica opera presente uno stemma gentilizio in legno, opera di Giovanni Antonio De Marco. Caltanissetta (totale 3): "notevole" il "Martirio di Santo Stefano" di Mattia Preti (1613-1699). Catania (totale 6, nessuna "notevole"). Enna (totale 6): opera "notevole" un "Ritratto di Servo Cassio" proveniente da uno scavo archeologico. Messina (totale 32): segnalate come "notevoli", un dittico di Antonello De Saliba, un ostensorio e un dipinto di Andrea Sacchi. Palermo (totale 66): contrassegnato con tre "R" di rilevanza, la "Natività" di Caravaggio; come "notevoli" un'acquasantiera, un fonte battesimale, una statua, un'epigrafe di epoca greca e un'anfora. Ragusa (totale 2, un dipinto e una scultura): la statua è una testa femminile di epoca ellenistica. Trapani (totale 3. uno stallo di coro e due dipinti): di particolare rilievo una "Giuditta, Oloferne e la Fantesca" dell'area culturale di Artemisia Gentileschi.