Forse i fotografi amarono tanto lEgitto perché la fotografia è una Sfinge. Ci pone domande ma non ci rivela mai le risposte. Provate a interrogare lalbum misterioso che da domani sarà il protagonista di una curiosa, affascinante mostra al Museo civico medievale (Memoires dEgypte, fino al 7 novembre): non vi svelerà quasi nulla di sé. Ci ha già provato il curatore, Antonio Ferri, giornalista, appassionato di fotografia dellOttocento, fin da quando lo scovò (e lo acquistò a caro prezzo) da un antiquario modenese. Lalbum rispose laconico: mi confezionò nel 1895 un noto rilegatore veneziano, Vittorio De Toldo (firma e data sulla copertina), raccolgo duecento stampe fotografiche raccolte nel corso di un classico viaggio da Grand Tour lungo il Nilo. Raccolte da chi? Non si sa. Cè un monogramma elegante sulla copertina, "CR" sormontato da una corona nobiliare: un viaggiatore aristocratico o solo vanaglorioso? Chissà. Forse due viaggiatori, se lultima immagine dellalbum è una firma: sarebbero quei due signori in abiti occidentali, uno giovane laltro attempato (padre e figlio? Due amici? Maestro e discepolo?), in groppa ai cammelli davanti al più classico degli scenari egiziani, sfinge e piramidi. Ma qui lalbum si ferma, muto come un oracolo muto. Parlano le immagini. Splendide come sapevano esserlo solo le "lente" fotografie di fine Ottocento, impresse su grandi lastre al collodio e stampate su carta albuminata. Molte sono firmate, loro sì: da fotografi illustri. Il francese Félix Bonfils, attivo a Beirut, imprenditore dellimmagine turistica del Vicino Oriente. Altri due meno noti ma eccellenti professionisti europei, Gabriel Lekegian e Andreas D. Reiser. E il nostro grande Antonio Beato, il fotografo di Luxor a cui la città dellAlto Nilo ha dedicato una strada e presto (su progetto dei bolognesi dellassociazione Bolognamondo) il primo museo egiziano di Archeo-fotografia. Acquistate dei due anonimi viaggiatori ad ogni tappa del loro itinerario, disposte in sequenza da nord a sud per ricostruire le scoperte del tour, queste duecento immagini (cinquanta riprodotte in gigantografia) andrebbero sfogliate con ordine e lentezza per rivivere le emozioni di chi, evidentemente, a loro affidò la memoria di quellesperienza. Monumenti avvolti dalla patina dei secoli ma anche scene di strada, modernità coloniale e archeologia, e naturalmente esotismo a fiumi, bellezze e "tipi", nellassortito patchwork ideologico di idee immagini e stereotipi costruiti dallOccidente sullOriente che Edward Said ha chiamato Orientalismo. Questo album ci dà loccasione rara di vedere lOrientalismo in azione, operativo, vivo. Non sappiamo chi lo volle mostrare così, ma attraverso i suoi occhi ritroviamo il colore di quellidea astratta e immaginaria che i nostri nonni chiamavano Egitto.