L' argomento "beni culturali" è diventato quasi uno status symbol. Tutti lo sfoggiano e ne parlano, snocciolando cifre ed osservazioni di vario genere. C'è quasi da non crederci se solo si pensa all'indifferenza generale di qualche anno fa. Però, come è naturale, si dicono anche molte cose inesatte e spesso si creano pericolosi allarmismi su questioni fondamentali, come la presunta dismissione di una parte del nostro patrimonio artistico. È bene allora sentire i più autorevoli esperti del campo. E in prima fila fra questi, noto a livello internazionale, spicca lo storico dell'arte Antonio Paolucci, soprintendente regionale della Toscana e del polo museale di Firenze oltre che consulente del ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani in quanto membro del consiglio scientifico per la valorizzazione e per la salvaguardia del patrimonio artistico italiano. Lo abbiamo incontrato in occasione delle «Conversazioni di storia dell'arte» promosse a Roma da Telecom Italia e inaugurate proprio da una relazione dello stesso Paolucci. Dottor Paolucci, il patrimonio artistico italiano corre veramente il rischio di essere messo in vendita al migliore offerente, come dicono alcuni? «Finché ci sarà il ministro Urbani non c'è da aver paura. Certo, la costituzione della società "Patrimonio spa", voluta dal governo e nella quale dovrebbero confluire anche i nostri monumenti, ha creato qualche giusta ragione d'allarme. Proprio per questo occorre mettere mano ad una normativa e a regolamenti ben precisi che impediscano ai successori di Urbani di fare anche il minimo danno. E questo lo dirò quanto prima al ministro». Quando glielo dirà? «Il 18 febbraio, quando si riunirà per la prima volta il gruppo di consulenti del ministro». E quali altre questioni metterà sul tappeto? «Prima di tutto l'urgenza di avere finalmente il regolamento che disciplina la legge con cui sono state istituite le soprintendenze autonome, come la mia ad esempio. Poi gli consiglierei di pensare ad un sistema meno costrittivo per noi soprintendenti nell'ap-plicare la Legge Merloni. Inoltre gli dirò che occorre mettere in cantiere alcune modernizzazioni tecniche molto importanti. Per esempio c'è il problema dei custodi nei musei: non è vero che sono pochi, il problema è che sono mal distribuiti». Andiamo in ordine: le soprintendenze regionali e quelle dei poli museali funzionano o no? «Ancora non funzionano proprio perché manca il regolamento attuativo della legge. È come avere una Ferrari ma essere costretti sempre ad andare in prima. Le faccio un esempio: i musei fiorentini che dipendono da me complessivamente ogni anno ricevono cinque milioni di visitatori e dalle biglietterie si ricavano circa 45 miliardi delle vecchie lire. Ma io non posso disporre di questi fondi perché il regolamento che ne determina l'uso è fermo al Consiglio di Stato. E così andiamo avanti con i fondi ordinari e con molti sforzi». E la legge Merloni che c'entra? «Per dirla in breve la legge Merloni disciplina molto rigorosamente tutte le commesse pubbliche, basate su gare d'appalto e sull' offerta più economica. Ma se questo metodo è sacrosanto, ad esempio, per la costruzione di un'autostrada è invece un po' limitativo se si parla di restaurare un capolavoro artistico. Se devo restaurare il David d Michelangelo non posso privilegiare solo l'offerta più economica ma anche la qualità della ditta, per avere la sicurezza che un lavoro delicato come questo sia realizzato a regola d'arte. Insomma, noi chiederemo una deroga che consenta ai Soprintendenti di essere un po' più liberi». E veniamo ai custodi. «Il personale di custodia è distribuito male, ce n'è troppo al Sud e poco a Nord. Sarebbe necessaria una fluidificazione e una mobilità più razionale Inoltre si potrebbe avviare anche in questo campo l'apporto del lavoro interinale. Senza dubbio una rete di custodi statali è necessaria ma il piantonamento delle sale dei musei potrebbe anche essere affidato a ditte specializzate». Molti dicono che il museo deve diventare un'azienda capace di produrre profitti. Lei che ne pensa? «È un'affermazione ingenua. Le Gallerie degli Uffizi ogni anno accolgono un milione e mezzo di visitatori ma se io dovessi provvedere a tutte le spese del museo con il ricavo dei biglietti potrei coprire solo la metà dei costi. Per migliorare il bilancio potrei fare molte cose ma finirei col non rispettare più il ruolo e la storia del museo, trasformandolo in un luna-park. Potrei allora raddoppiare il prezzo del biglietto, eliminare le fasce esentate dal pagamento e magari mettere la pubblicità della Pasta Barila sotto la "Primavera" di Botticelli. Ma avrei distrutto la sacralità del museo, istituzione che serve ad educare la gente. Del resto bisogna mettersi in testa che i settori della sanità, della scuola e dei musei non possono essere aziende volte solo a produrre profitti». Quando lei era ministro dei Beni culturali nel Governo Dini fece scalpore la sua affermazione secondo cui la grande arte italiana è finita col Tiepolo, nel Settecento. Poi niente. Direbbe così anche oggi? «Sono stato travisato. Io volevo semplicemente dire che dal Cinquecento alla fine del Settecento, con Canova, la lingua figurativa egemone era l'italiana. Tanto è vero che Andrea Palladio ha creato un modello architettonico applicato in tutto il mondo, da San Pietroburgo alla Casa Bianca. Poi, a partire da metà Ottocento, il primato è passato a Parigi, quindi, a metà del ventesimo secolo, a New York. Ma ciò non toglie che la nostra arte abbia prodotto fenomeni creativi fondamentali come il futurismo e la pittura metafisica di Giorgio de Chirico». Conversazioni di storia dell'arte LA PRIMA, che ha avuto come protagonista Antonio Paolucci e come argomento le tre Pietà di Michelangelo, ha registrato il tutto esaurito ed un grande successo. Sono le «Conversazioni di storia dell'arte» promosse da Telecom Italia ed ospitate a Roma, nella magnifica sede del Casino dell'Aurora di Palazzo Pallavicini Rospigliosi. Si tratta di otto lezioni di alcuni fra i maggiori esperti delle soprintendenze e delle università che analizzano capolavori compresi fra il I secolo dopo Cristo e il Settecento. Alle 18.30 del 5 marzo sarà la volta di Antonio Giuliano con le «Scoperte archeologiche nel Rinascimento», quindi il 26 dello stesso mese Ferdinando Bologna illustrerà «Caravaggio e la scienza del suo tempo». Mercoledì 16 aprile Claudio Strinati ci parlerà del «Tema della Passione», mentre il 7 maggio Pierre Rosenberg analizzerà «Georges de La Tour o il trionfo della storia dell'arte». Il 14 maggio toccherà a Pietro Giovanni Guzzo con «Pompei: dai Borbone alle più recenti conoscenze» e il 28 dello stesso mese la restauratrice Pinin Brambilla Barcilon ci parlerà del Cenacolo di Leonardo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, a Milano. Infine il ciclo di conversazioni si chiuderà l'11 giugno con Giorgio Bonsanti e «Donatello, multiformità della materia».
Dibattito sul destino dei Beni culturali. Parla Antonio Paolucci: "Con Urbani non si vendono i monumenti"
Antonio Paolucci, storico dell'arte e soprintendente regionale della Toscana e del polo museale di Firenze, ha espresso preoccupazioni sul patrimonio artistico italiano, che corre il rischio di essere messo in vendita al migliore offerente. Ha anche criticato la legge Merloni, che disciplina le commesse pubbliche, e ha chiesto una deroga per permettere ai soprintendenti di avere più libertà nel scegliere le ditte per restaurare i capolavori. Inoltre, ha parlato del problema dei custodi nei musei, che sono mal distribuiti e potrebbero essere affittati a ditte specializzate. Ha anche espresso la sua opinione sulla gestione dei musei, sostenendo che non dovrebbero essere aziende volte solo a produrre profitti.
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