Lo scenografo franco-svizzero: "Continuo a credere che i musei siano un luogo conviviale in cui si creano relazioni e dove si provano sentimenti" Confino inaugura a Barolo lultima creatura: quella dedicata al vino Entro il 2014 al Cinema daremo spazio ai film dei paesi emergenti: dalla Thailandia allIndia di Bollywood Per lauto servono altri otto mesi, ma nel 2011 si riapre: proprio domani definiremo la parte degli audiovisivi Scenografie ed effetti speciali, diorami e installazioni multimediali da azionare con un semplice pulsante. Ricostruzioni storiche e accostamenti emozionali, tra realtà e mito, tra rigore e divertissement, tra giochi di luce e di ombre. E, a fare da sfondo, il paesaggio di Langa. Si inaugura oggi nel Castello di Barolo Wine Museum, o meglio Wi Mu, il museo sul vino progettato dal 2004 dallo scenografo franco svizzero Francois Confino, immaginifico "regista" anche dei musei torinesi del Cinema e dellAuto e di altri siti nel mondo. Francois Confino, perché un museo del vino? «Guardi, è un po paradossale, ma al momento non esistono musei sul tema soddisfacenti, penso a Vinopolis a Londra, un disastro. Allinizio ero preda del mio sciovinismo, pensavo che il vino migliore fosse francese. Poi ha prevalso la seconda natura svizzera e ho scelto di aprirmi al mondo. Non era però tanto importante citare la storia del Barolo, quanto scoprire i vini nellinsieme, o meglio "lesprit du vin", lo spirito del vino». Ovvero? «La maggior parte delle culture del mondo ha avuto a che fare con il vino, da un punto di vista sociale, ma anche religioso. Allinizio del percorso, al terzo piano, nel "Bar delle divinità" si incontrano raffigurazioni da Apollo a Bacco, da Cristo a Maometto. Il vino è universale in quel senso. La storia della mitica bevanda insomma è affrontata anche simbolicamente. Ecco allora i riferimenti alla notte dei tempi e ai tempi del vino, tenendo conto dei cicli lunari, del sole, della terra, delle radici. Poi si entra in altri campi». Quali? «Cè un piano dedicato ai rapporti con larte, la letteratura, la musica, il cinema. Il vino in particolare è presente in tanti film del secolo scorso, che mostreremo. Un altro piano è legato alla parte più propriamente storica, relativa ai proprietari del castello, con la marchesa Giulia Falletti che si occupava delle donne in difficoltà, ma era anche interessata al vino, il Barolo appunto. Infine nel sotterraneo si entra in una sorta di classe in cui un maestro virtuale insegna da uno schermo a fare il vino. Una pratica complessa, che richiede tempi lunghi, nel rispetto delle stagioni, non si parla certo di fast food». Un museo questo in sintonia con lo Slow food di Carlo Petrini, nato a pochi chilometri di distanza? «Non conosco Petrini di persona, ma sono sicuro che verrà a visitare il museo e ci sarà occasione di incontrarci. Comunque amo lo Slow food, lo spirito che mi ha animato è simile». Che tipo di pubblico verrà a visitare il museo di Barolo? «Intanto spero che vengano in tanti e poi ne parlino agli amici. Ci saranno comunque prevalentemente due pubblici, uno piemontese e un altro di turisti che frequentano le Langhe, provenienti da Svizzera, Germania, Giappone e Cina. Non dalla Francia, perché come ho già detto i francesi non prendono in considerazione i vini degli altri». Anche qui, come negli altri musei, ha messo al centro le emozioni? «Continuo a credere che il museo sia un luogo conviviale in cui si creano relazioni e dove si provano sentimenti. Oggi però ci sono ancora tanti musei che non tengono conto di questi aspetti e pretendono di essere interattivi solo perché mettono nel percorso qualche schermo multimediale. Ma il museo non è la televisione». A proposito di emozioni, ci saranno novità per il Museo del Cinema alla Mole? «Oggi un museo che si rispetti non può restare immobile. Entro il 2012-2014, daccordo con il direttore Alberto Barbera, vorrei dare maggiore spazio alla produzione dei paesi emergenti, dalla Thailandia allIndia di Bollywood, ora poco rappresentati. Si dovrà poi risolvere il problema delle mostre temporanee, adesso troppo sacrificate». Arriviamo infine alla sua terza creazione piemontese, il Museo dellAuto. Quando aprirà? «Servono ancora otto mesi di lavoro, dopo di che si deciderà se aprire prima o dopo lestate 2011. Domani sarò a Torino per discutere i dettagli legati alla parte audiovisiva, ci sarà occasione per parlare anche di questo». Dopo Francia e Svizzera, il Piemonte sta diventando la sua terza patria? «In effetti adoro il Piemonte, con cui ho un rapporto molto buono. Ci vengo da tempo almeno una volta al mese. Trai miei progetti cè anche quello di creare un legame tra il Museo del cinema torinese e quello dedicato a Charlie Chaplin a cui sto lavorando a Vevey, vicino a Losanna».