La colonna di Marco Aurelio, che svetta per quaranta metri a Piazza Colonna, celebra con i suoi bassorilievi le imprese dell'imperatore romano morto nel 180 dopo Cristo. Ma fra tante storie effigiate nei tamburi di marmo sovrapposti, ce n'è una non esplicita che si ricava dalla sfasatura fra le figure scolpite su due blocchi contigui. E' la storia dei terremoti che si scatenano ben lontano dalla Capitale e che fanno oscillare, più di ogni altro, questo celebre monumento, fino a provocarne evidenti disallineamenti. Roma, spiegano gli esperti, non è di per se' sismica, non ha nel sottosuolo faglie che generano terremoti, ma può subire gli effetti dei ricorrenti scuotimenti provocati dalle lontane aree sismogenetiche dell'Appennino laziale, abruzzese e umbro, fino a 200 km di distanza. Il motivo di questo efficace risentimento a distanza sta nella costituzione del suolo romano. Laddove esistono terreni con depositi poco compatti o incoerenti, il terremoto, anche se viene da lontano e ha perduto energia, subisce una specie di amplificazione e riprende vigore. Dunque, a parte il grado di vetustà degli edifici, a Roma un terremoto di 'importazione' provoca danneggiamenti diversi da zona a zona. La Colonna di Marco Aurelio ha la sfortuna di poggiare su una cinquantina di metri di antichi terreni alluvionali del Tevere che esaltano gli scuotimenti e la fanno oscillare molto di più della non lontana e gemella Colonna Traiana (ai margini di piazza Venezia). Per approfondire gli studi sulla risposta sismica di Roma, l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e l'Ufficio della Protezione civile del Comune hanno stipulato un accordo che prevede di incrementare i sensori ed effettuare nuovi sondaggi. Per quanto se ne sa finora, limitatamente ai palazzi del potere, il rischio maggiore è corso da Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama. Più solide le fondamenta del Vaticano, del Quirinale e del Comune.