"Guardate la terra di cui sono fatte, guardate come cuocendo essa è diventata tenera carne" "La tensione del credere e lemozione di vederselo incarnato in enormi, dolci, drammatici atti figurativi" Torna in libreria dopo 45 anni lo storico testo che sdoganò il Sacro Monte, proiettandolo nella serie A dei luoghi artistici e turistici «Nulla di simile in tuttItalia» è il Sacro Monte di Varallo Sesia, dove «non è possibile separare lesperienza dellarte dalla vita». Vale sempre una visita, ma non servono guide patinate. È con lo sguardo di un bambino che bisogna tornare al Sacro Monte «più antico e più bello»: con gli occhi di Giovanni Testori, figlio di brianzoli devoti che, unestate tra le guerre, preferiscono un breve pellegrinaggio a un weekend vacanziero. Così, nella Valsesia di Gaudenzio Ferrari e di Tanzio, storicamente lombarda, il piccolo Gianni da Novate scopre larte vera e limpossibilità di «separare la tensione della fede dallemozione di vedersela incarnata lì in enormi, dolci e drammatici atti figurativi». Scopre dessere "figlio" di una Maria «madre di sempre» nella cappella dellAnnunciazione e di quei maestri dellarte del 500. Per arrivare alle cappelle della «Gerusalemme delle Alpi», ora patrimonio Unesco (un riconoscimento promosso anche e soprattutto dagli scritti di Testori), basta seguire sulla via per Varallo i manifesti dove oggi campeggia un più aggiornato testimonial, Vittorio Sgarbi, e prendere in mano linusuale baedeker costituito dallunico volume testoriano di scritti darte dal titolo fortunato, poi ripreso da tutti, Il gran teatro montano: un libro-simbolo, perché è tra i primi a sdoganare criticamente i sacri monti quali luoghi darte di serie A rilanciandoli anche come mete turistiche. Il giovane Feltrinelli accetta di pubblicarlo nella serie "I fatti e le idee" diretta da Paolo Rossi (mentre Bassani aveva accolto i testoriani Segreti di Milano nella collana dei bestseller Dottor Zivago e Gattopardo). È il 1965: il libro è impreziosito da 80 splendide e «plastiche» fotografie in bianconero scelte personalmente dallautore, che ora nella ristampa leditrice Medusa sostituisce con tavole darte attuali di Ilario Fioravanti (ma lAssociazione Testori non condivide il taglio). Il "figlio" che dedica ai genitori questo gran libro è il Testori «delle periferie stralunate e caravaggesche», scrive Marzio Pieri nella nuova prefazione dove, parlando di «eros religioso nella sua disposizione ammirativa», privilegia lo «scrittore darte» (ma il lettore non cerchi qui aggiornamenti sulla corposa critica gaudenziana degli ultimi 50 anni). Testori segue Guadenzio Ferrari «verso sera, deposti gli attrezzi nella cappella, anno 1507, scendere, poco prima del crepuscolo, lungo il Sesia, quando le ombre cadono giù dalle cime dei monti e crescere in cuore lidea di un teatro là dove, fin lì, non erano che cappellette». Segue anche la discesa di san Carlo ammalato, quasi morente: la si ritrova nel suo esordio poetico nello stesso 1965: I Trionfi. Il discepolo di Roberto Longhi rivela un capitolo che larte ufficiale ha finora trattato con sufficienza: «arte come qualcosa di teatrale e vivente». Con lui vediamo la Palestina con il Monte Rosa sullo sfondo, le croci del Calvario che si specchiano nelle acque del Sesia, come ha detto Giovanni Agosti: «Nazareth e Betlemme perse in un bosco di castagni non sono la fantasia di uno scrittore ma la realtà». Basta arrivare a Varallo con questo «racconto visionario e solenne», secondo il biografo Fulvio Panzeri. E quando Testori non è più figlio scopre un figlio che riscatta la sua impossibilità di essere padre: Alain Toubas. Ed è una storia damore: «il Sesia rumoreggiava e chiamava a sé gli amanti». Oggi possiamo affacciarci con lui alla grata della cappella della Crocifissione e nelle statue osservare visi, cani, madri, barbe bianche «un respiro che sale da oltre ogni tempo». Ha ragione lautore: «Guardate la terra di cui sono fatte. Guardate, come cuocendo, essa è diventata tenera carne».