«ORA non è possibile, anche per motivi meteorologici (in Etiopia è la stagione delle piogge), spedire l'obelisco ad Axum, ma in settembre-ottobre la cosa si dovrebbe fare». Così i famosi tecnici governativi risposero a chi faceva loro sommessamente osservare che smontare l'obelisco di Axum dal suo sito romano di fronte al Palazzo della Fao per lasciarlo poi a giacere in una caserma della polizia a Ponte Galeria non pareva un grandissimo risultato. Settembre è già passato, ottobre è in arrivo ma potete scommettere che l'obelisco, 24 metri per oltre 150 tonnellate di peso, diviso in tre pezzi, resterà ancora a lungo a Ponte Galeria. Il perché è semplice. Primo: per trasportare una simile massa in Etiopia ci vorrebbe un aereo gigante, tipo l'Antonov russo, un aereo da noleggiare. Ma una volta noleggiato l'aereo resterebbe sempre il problema di dove farlo atterrare in Etiopia. L'aeroporto di Axum, checché se ne dica, non è assolutamente in grado di costituire una buona pista di atterraggio per un gigante dei cieli (né si hanno notizie dei lavori che dovevano potenziarlo) e quello di Addis Abeba, più consono alla bisogna, è troppo lontano da Axum per pensare di fare atterrare là l'obelisco e poi trasportarlo via terra. Quindi? Quindi l'obelisco per ora resta dov'è. Intanto i prezzi per il trasporto stanno lievitando, si dice che ci vorrebbero (ci vorranno) almeno dieci milioni di euro per far sì che la stele del IV secolo portata in Italia al tempo della conquista fascista dell'Etiopia ritorni a far mostra di sé nella città santa dei copti etiopici. Ci troviamo di fronte a una impasse, una impasse difficile da superare. Talmente difficile che una cortina di silenzio è piombata sul tutto. Se a tutto questo si aggiunge che non diremo i dieci milioni di euro ma nemmeno si trovano i 250 mila per risistemare lo spazio lasciato vuoto dall'obelisco le cose si fanno più serie. Il fatto è che l'Italia, dopo decenni di inadempienza dicono alcuni, di lungimiranza ribattono altri, ha voluto dare soddisfazione al governo di Addis Abeba. Una soddisfazione cui il negus di Etiopia aveva in pratica rinunciato accontentandosi di altre riparazioni, tra cui quella di un ospedale. Ma tant'è, nel tentativo di far sparire l'immagine coloniale dell'Italia, un'immagine forse sbagliata, forse fuori tempo per l'epoca in cui fu conquistata l'Etiopia, ma un'immagine che tuttavia è esistita, il nostro governo ha pensato di porre fine alla diatriba. Solo che, non si sa perché, il lavoro è stato fatto a metà. Possibile che non si fosse pensato al problema del trasporto? Possibile che nessuno avesse messo in conto che riportare a casa una massa di pietra così imponente era tutt'altro che una cosa facile? Evidentemente è stato possibile. Noi non dubitiamo che una volta o l'altra si riuscirà a trasportare l'obelisco a fianco dei numerosi altri monoliti di Axum. Ci piacerebbe solo di sapere quando. E magari anche a che prezzo.