I dioscuri Pico e Pala, la musa Lauretta e la ninfa Sodana, la tentacolare dea Quacìna e le erculee fatiche dellappartatùri, e infine i grandi riti stagionali dellEdificabilità e della Condonanza. Tutti elementi di unepica futura, costruita fra i secoli XX e XXI a beneficio dei posteri. E in fondo è il tempo che passa, unitamente alla narrazione che se ne fa, a trasformare in mito le dozzinalità e bassezze del quotidiano. Su tutto ciò rifletterà il viandante, dando le spalle al Tempio di Ercole e guardando Agrigento, lassù. E girandosi ora verso questo e ora verso quella rifletterà sulla continuità che guida le cose umane dentro questo lembo di terra mediterranea. Cè forse il medesimo genius loci in quelle colonne asimmetriche del tempo che fu e in quei palazzoni sghembi del passato che sarà? Assolutamente sì, se ci si deve fidare del giudizio formale. Soltanto lo sguardo cambia. E in questo caso lo sguardo che conta è quello degli indigeni, ancora intossicato da pregiudizi e forse da malafede. Sono proprio i giurgintàni a non scorgere la continuità, e quella linea disomorfismo che unisce il Parco attuale costruito sul passato e il Parco dellAttuale che verrà edificato in futuro. È una sorta di cecità locale a attanagliarli, lumana impossibilità di vedersi per come si è e per la continuità che si rappresenta fra epoche diverse. Per loro esiste il Parco Archeologico dei Templi, laggiù nella Valle che scende verso il mare; e esiste una città dalla quale guardano la Valle, i Templi e il mare, ma che per loro è la forma del quotidiano. E ogni follia può essere norma per chi labita giorno per giorno. Di più: a far loro velo sono le considerazioni sul presunto maggior valore della classicità rispetto al presente, e anche la cattiva coscienza daver cinto dassedio la Valle come se si trattasse dun presepe intorno al quale far scorrere le ordinarie faccende di casa. Invece dovrebbe toccare proprio agli agrigentini cogliere lo specchiarsi reciproco delle rovine passate-presenti e presenti-future. Perché in ampia misura quella continuità e quellisomorfismo riflettono unanima collettiva, e la persistenza di un tratto etnico che li fa così diversi dal resto delle genti di Sicilia. Si fa presto a dire che ogni gens locale è unica, nellIsola come altrove. Però davvero la gens giurgintana è unica, e la sua unicità sta nelledificar rovine. Giocando col suo territorio un gioco sbilenco dove il senso della caducità è dominante, e il costruito non è a beneficio dei viventi. Non lo sono i Templi, i quali parlano dun passato che per gli agrigentini sembra essere una sacca di cose e memorie scordata lì come uno zaino da turisti, e di cui tocca loro essere svogliatamente custodi. Ma non lo è nemmeno quellipertesto di cemento, costruito a beneficio di chiunque tranne che dellabitante. Il quale si trova spesso a vivere dentro bozzoli mai dischiusi. Colate di grigio il cui orizzonte è impedito da altro grigio, e edificate su terreni che da quel momento in poi attendono e bramano nulla più dello sprofondare inferno. Fra questi due territori di rovina si muove lagrigentino. Che non vede e non sa, però respira la postumità di quei due parchi che gli appartengono da sempre. E se soltanto comprendesse, assumerebbe laccortezza di preservare almeno uno dei due. Ma non certo quello delle rovine classiche, ormai abusato e dozzinale. Quello contemporaneo, semmai. Sarebbe interesse suo, dellagrigentino, nascondere agli occhi dei foresti le rovine rovinanti. Cancellarle alla vista dei viandanti, per far in modo sia esse un giorno oggetto di scoperta. Ché dove sè visto mai declinare larcheologia al futuro? Basterebbe installare una batteria di pannelli che cinga la città preterintenzionale, corredata da una gigantesca scritta: "Parco a Tema sulla Civiltà Edilizia Agrigentina. Stiamo lavorando per i vostri pronipoti". Non si può eccedere in generosità coi turisti, non si può inflazionare lofferta dattrazione archeologica. A ogni tempo le sue rovine rovinate, e che i posteri dimostrino di meritarsele le rovine rovinanti giurgintàne.
LA DEA QUACÌNA E LA VALLE DEGLI SCEMPI
Larticolo parla di come le rovine dei Templi di Agrigento siano viste come unepica futura, costruita fra i secoli XX e XXI a beneficio dei posteri. Il viandante riflette sulla continuità che guida le cose umane dentro questo lembo di terra mediterranea, e sulla possibilità che il medesimo genius loci sia presente sia nel passato che nel futuro. Tuttavia, gli agrigentini non scorgono questa continuità, e sono cecati dalla loro stessa follia. La loro cattiva coscienza li fa considerare la Valle come un presepe intorno al quale far scorrere le ordinarie faccende di casa, e non come un luogo di continuità tra passato e presente.
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