AGRIGENTO. «Avere coscienza dell'importanza dei beni culturali e del patrimonio artistico è un passaggio rilevante nella lotta alla mafia». Non ha usato mezzi termini il Procuratore della Dda di Palermo, Piero Grasso, parlando a margine dei lavori dell'incontro di studio "Rosario Livatino", in corso ad Agrigento. Dedicato al giudice canicattinese ucciso dalla mafia esattamente 14 anni fa, un corso di formazione professionale per i magistrati sul tema della "Tutela dei beni culturali". Un argomento che permette a Grasso di tracciare interessi malavitosi recenti, ma non nuovi. «Le stragi del 1993 avevano come "vittima" i beni culturali - dice -, attaccati con lo scopo di ottenere benefici da parte dello Stato. Questo - aggiunge il Procuratore antimafia - la dice lunga sulle nuove logiche mafiose». Nel mirino di Cosa nostra ci sarebbe dunque il ricco patrimonio artistico della Sicilia, e non solo per farne oggetto di minacce più o meno velate, ma anche per perseguire il fine reale della malavita. Il tema della tutela dei beni culturali in provincia di Agrigento è attualissimo. Giusto qualche giorno addietro a Racalmuto sono state trafugate dalla Madrice quattro tele, una settecentesca, che solo grazie all'intervento della Polizia di Stato prima e dei Carabinieri poi sono state recuperate. "I guadagni - ha detto con un sorriso ironico il Procuratore di Palermo - non arrivano solo dalla vendita delle opere, ma anche dalla loro restituzione, che avviene dietro un "compenso" quando non direttamente in seguito ad estorsioni. "Entrare nella mente delle mafia - ha detto Grasso - per combattere la battaglia in difesa del nostro patrimonio culturale così come della libertà della gente e della giustizia, non può non richiamare alla mente il sacrificio di Rosario Livatino". Un ricordo dal quale emergono due dati. "Il primo è negativo - dice il procuratore della Dda -perché fa capire che non è cambiato poi moltissimo in questi anni". Piero Grasso ripercorre gli ultimi istanti del collega vittima di Cosa nostra. L'agguato sulla via del lavoro, qualche sparo, un inseguimento lungo una scarpata prima della morte. "La ricostruzione della dinamica - dice - racconta di una domanda agli assassini, un "co-sa vi ho fatto?" che ritorna anco-ra oggi nella vita di tanti magistrati a lavoro in una terra nella quale si continua a morire per la giustizia". Ma accanto a quello negativo, anche un dato positivo. "Si tratta di una constatazione e di un auspicio -spiega Grasso - grazie all'aiuto della gente, insieme, si può vincere la lotta e di questo mi da certezza il ritornare alla figura coraggiosa del testimone che fece scattare le manette ai polsi degli assassini di Livatino". La tutela dei beni culturali ha fatto, dunque, riaccendere i riflettori sulla figura di un "martire della giustizia e di essa silenzioso servitore", come lo chiamato il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Campi in un messaggio inviato al convegno. "La nostra è una terra spesso senza memoria - ha detto il Procu-ratore capo di Agrigento, Ignazio De Francisci - i convegni aiutano a te-nere viva la memoria, anche se ad Agrigento molti colleghi vivono nel quotidiano ricordo di Rosario Livatino".
Beni culturali nel mirino della mafia
Il Procuratore della Dda di Palermo, Piero Grasso, ha sottolineato l'importanza della tutela dei beni culturali nella lotta alla mafia. In un corso di formazione professionale per i magistrati a Agrigento, Grasso ha parlato del tema della "Tutela dei beni culturali" e ha tracciato interessi malavitosi recenti. La mafia ha attaccato i beni culturali per ottenere benefici da parte dello Stato. Il tema è attualissimo, come dimostrato dalla trafugazione di quattro tele a Racalmuto, che sono state recuperate grazie all'intervento della Polizia di Stato e dei Carabinieri.
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