La legge prevede che la scelta dei burocrati sia sottratta alla politica Né si può spacciare per una novità la constatazione che il presidente della Regione abbia, rispetto ad alleati e avversari, una marcia in più quando si tratta di riempire le caselle del sottogoverno. Della sua instancabile capacità di trattare, come delle sue insonnie dettate dallarrovellarsi intorno alle cose della politica sono piene le cronache. Dunque, non cè nessuna sorpresa nello scoprire che le ultime due notti il presidente della Regione le ha trascorse nel suo ufficio di Palazzo dOrleans a trattare sulla nomina di soprintendenti e direttori dei musei. Nessuna sorpresa se non fosse per il fatto che lennesima impresa poltronista del governatore fa a pugni con una legge che lui stesso ha fortemente voluto e inserito nella brochure pubblicitaria del suo governo alla voce "grandi riforme". La legge 10 del 2009 che ridisegna la burocrazia regionale, infatti, stabilisce che soprintendenti e direttori dei musei vengano nominati dal dirigente generale dei Beni culturali. Nella Sicilia "riformata", dunque, la scelta dei vertici delle istituzioni culturali dovrebbe avvenire più o meno così: il direttore dellassessorato Beni culturali, dopo aver valutato curriculum e attitudini dei candidati, dovrebbe scegliere quelli che lui ritiene più idonei a ricoprire gli incarichi. Peccato, invece, che quel direttore nelle ultime 48 ore abbia fatto avanti e indietro tra il suo ufficio e quello del presidente della Regione scrivendo e cancellando i nomi dei soprintendenti e dei direttori dei musei sui quali si stava consumando la trattativa tra Raffaele Lombardo e il suo alleato principale (almeno finora) Gianfranco Miccichè. Insomma, la Sicilia "riformata" è ancora unisola che non cè. Quella che abbiamo davanti è la Sicilia di sempre dove le nomine - ad onta di quanto previsto dalla legge - vengono fatte ricorrendo alle abusatissime intese tra i partiti. Figurarsi, del resto, se una partita come quella delle soprintendenze poteva sfuggire allocchio attento del governatore. Da quelle scrivanie si amministra un potere che, in parecchi casi, è superiore a quello di un assessore. Prova ne sia la bagarre che si è scatenata intorno alla poltrona probabilmente più importante: quella di soprintendente di Palermo. Da quellufficio si rilasciano autorizzazioni che possono riguardare lapertura di un bar come lavvio di un restauro o una costruzione in centro storico. Con le elezioni comunali che potrebbero annunciarsi alle viste, quel posto ha un peso non indifferente da spendere in campagna elettorale. Se davvero, come sembra, lo strappo tra Lombardo e il gruppo che fa capo a Gianfranco Miccichè si è consumato sul nome del nuovo soprintendente del capoluogo non ci sarebbe nulla di cui stupirsi. La rupture, in questo caso, non avrebbe niente di innovativo: le strade dei due alleati si sarebbero separate non per divergenze sul tipo di politica culturale da adottare, ma sulla gestione del potere. Niente di nuovo sotto il sole. Ma almeno non si parli di Sicilia "riformata".