Il termine «archiscultura» fu coniato qualche anno fa da Maurizio Fagiolo per indicare le parentele e le interazioni tra l'architettura e la scultura moderna, che hanno assunto una particolare impronta nel Novecento. E' una questione abbastanza spinosa che divide o unisce gli architetti e gli artisti. Dice Germano Celant: «Nella cultura contemporanea il problema della figurazione, dell'iconografia dell'architettura è al centro di grandi dispute. L'idea che un edificio possa rappresentare qualcosa di diverso da un cubo, magari un animale biomorfico o un pesce, appartiene a una cultura popolare che non è stata ancora riconosciuta mentre l'iconografìa è fondamentale per le esigenze mediatiche odierne». È un tema complesso che agita il mondo dell'arte. La Fondazione Beyeler gli dedica un'esposizione (ArchiScultura, dal 3 ottobre al 30 gennaio), sottilmente attraversa la Biennale dell'architettura di Venezia e Celant lo illustra a Genova con una spettacolare mostra, che già ha acceso polemiche ancor prima del vernissage e che ha per titolo ArtiArchitettura, 1900-2000, aperta al pubblico dal 2 ottobre (fino al 13 febbraio 2005) con l'allestimento di Gae Aulenti e il progetto grafico di Pierluigi Cerri. È il momento clou delle manifestazioni per «Genova capitale della cultura», confronto tra l'antico e il contemporaneo, acceso dai gialli, dai rossi, dalle trasparenze e dalle opacità dei maestri della pittura e dell'architettura. E un percorso si snoda tra Palazzo Ducale e le piazze della città che ospitano, come raramente è accaduto, un nuovo che ne modifica, anche con gesti vistosi, il panorama. Sono quattromila metri quadrati al coperto per 1100 opere, di cui 700 storiche e 400 contemporanee, e un costo complessivo che supera i cinque milioni di euro. È un viaggio fantasmagorico, scenografico, appariscente, narrato da un catalogo Skira di 800 pagine, che coinvolge vistosamente i cortili di sette palazzi e sette piazze, trasformate da veri interventi architettonici. Piazza San Lorenzo è occupata da un «mock-up» di Frank O. Gehry in ferro vetro e cemento che è alto 9 metri, i giardini di via XII Ottobre da una struttura-scultura di 21 metri di Renzo Piano, piazza Fontana Marose da un vagone per il trasporto di petrolio, completamente dipinto d'oro di Hans Hollein, piazza Lomellino da un modello di Rem Koolhaas di sette metri. E ancora: Anselm Kiefer ha edificato una piccola costruzione con blocchi d'ardesia in piazza San Matteo, Denis Oppeheim un «mobile lighthouse», un faro in acciaio e vetroresina di sette metri, Gaetano Pesce un chiosco. E in piazza Caricamento è risorto il Teatro del Mondo di Aldo Rossi, vero edificio alto 21 metri, pensato per l'acqua ma costruito con qualche polemica a terra con il consenso degli eredi e seguendo - afferma Celant - disegni originali. Al contempo cinquanta celebri architetti, artisti e fotografi - da Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Greg Lynn, a Jean Nouvel, Massimo Scolari, Luisa Lambri - hanno realizzato altrettanti bill-board, veri cartelloni pubblicitari sparsi per l'intera Genova, assai visibili poiché misurano sei metri per tre, una sorta di espansione visiva lungo quattro chilometri. Sono immagini dell'artista che diventa architetto e dell'architetto che diventa artista, magari adottando forme e strutture proprie della scultura, facendo saltare i confini tra i due generi. Sostiene Celant: «Cerchiamo di far vedere come questo interesse per l'immagine dell'architettura, per l'impatto visivo, che appartiene anche all'antico, sia stato un motivo che ha attraversato l'intero Novecento». Celant, spiega, è andato alla ricerca degli artisti che avevano pensato all'architettura in senso visivo: pittori, scultori, fotografi, registi cinematografici. «Viene fuori una storia delle avanguardie che hanno progettato architettura: Prampolini, Balla, Depero, Malevic, Tatlin...». È un racconto che attraversa l'intero Novecento, dalle Avanguardie agli anni Sessanta, fino all'ultimo Trentennio «dove l'avvento della Pop-art, le teorizzazioni di Venturi, la decostruzione cinematografica hanno fatto esplodere l'architettura, hanno scalzato la linearità, la freddezza, gli aspetti minimali e riduttivi». Il visitatore viene accolto nei due ingressi di Palazzo Ducale da una barca di Gaetano Pesce, da installazioni di Alessandro Mendini, Pedro Cabrita Reis, dell'Atelier van Lieshout e sparsi nei cortili il Fazzoletto dell'architetto di Claes Oldenburg, il gigantesco pesce di Frank O. Gehry (è lungo più di undici metri), un'installazione di 200 metri di Rem Koolhaas, una decina di igloo di Mario Merz, un vero villaggio del grande artista scomparso pochi mesi fa. A questo punto l'ingresso nelle sale del palazzo Ducale (a pagamento, 9 euro). E ovviamente si comincia con la parte storica formata da disegni, modelli, dipinti, film, fotografie sempre in relazione al soggetto architettonico, una sorta di jam session delle arti. Il simbolo è un Léger. Raffigura degli operai che costruiscono un edificio. E quindi i disegni di Antonio Sant'Elia, il modellino del padiglione del libro di Depero, i progetti di Prampolini, i dipinti di Balla dedicati ai ponti, le foto e i film dell'epoca. Andando avanti Malevic, i modelli delle decorazioni usate durante la Rivoluzione, costruttivismo e propaganda, i Tatlin, il secondo Futurismo, l'Espressionismo, Surrealismo, Razionalismo, Costruttivismo. Senza dimenticare Le Corbusier, Mies van der Robe, Kiesler o Mondrian e Dubuffet per approdare alla contemporaneità, da Koolhaas a Gehry. Conclude Germano Celant: «Nell'antichità, nel Rinascimento, non c'erano separazioni tra le arti. Nell'Ottocento e nell'ultimo secolo s'era spezzata la funzione, era avanzata la specializzazione. Oggi tutto è in movimento, tutto sta cambiando. I grandi architetti arrivano da una matrice artistico-letterario-musicale. È un intreccio che è diventato palese perché l'architettura è diventata una forma plastica». Questa è ArtiArchitettura, un vero kolossal che non vuol essere l'anti-Biennale. Anche se c'è una guerra invisibile e una chiara concorrenza tra Genova e Venezia. Ma con un risultato positivo. Nelle due Repubbliche Marinare pulsa il cuore dell'architettura mondiale.
la Repubblica
20 Settembre 2004
✓ Entità verificate
Se si sposano architettura ed arte
PA
Paolo Vagheggi
la Repubblica
L'artista Maurizio Fagiolo ha coniato il termine "archiscultura" per descrivere le interazioni tra l'architettura e la scultura moderna. Il concetto è stato esplorato nella mostra "ArchiScultura" alla Fondazione Beyeler, che ha anche attraversato la Biennale dell'architettura di Venezia. La mostra è stata presentata a Genova, capitale della cultura, con un titolo che include l'arte e l'architettura ("ArtiArchitettura, 1900-2000"). La mostra ha presentato oltre 1100 opere, tra storiche e contemporanee, e ha coinvolto artisti, architetti e fotografi.
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