Uno dei punti più controversi nel dibattito in merito all'evoluzione del copyright e sull'impatto che tale evoluzione esercita sull'innovazione tecnologica, sulla creatività e sui diritti del consumatore riguarda il fatto se sia possibile e giusto estendere la tutela legislativa dai «prodotti finali» dell'ingegno umano (romanzi, brani musicali, film, software, farmaci, ecc.ai «semilavorati» se non addirittura alla «materia prima» utilizzati nel processo creativo. Facciamo qualche esempio: ammesso che sia giusto brevettare un software, ha senso brevettare anche gli algoritmi che vengono utilizzati per produrlo, cioè quei «mattoncini» logici che possono essere utilizzati per produrre infiniti altri programmi? E ancora: si capisce che l'industria biotech voglia tutelare i capitali impiegati per sviluppare organismi geneticamente modificati o farmaci che sfruttano la ricerca genetica, ma ha senso brevettare i geni in quanto tali, con la motivazione che la «scoperta» di certe loro caratteristiche richiede forti investimenti? C'è chi parla del tentativo di «brevettare gli alfabeti», invece dei discorsi che con gli alfabeti si possono comporre, sottolineando come ciò significherebbe legittimare il monopolio privato sulle radici stesse della creatività, colpendo libertà di ricerca e innovazione. E la metafora funziona ancora meglio quando la si applica al settore dell'industria culturale: provate a immaginare che cosa accadrebbe se a uno scrittore venisse concesso un diritto di copyright sulle singole frasi, o addirittura sulle singole parole, contenute in un suo romanzo, o se un musicista potesse rivendicare lo stesso diritto sui singoli accordi o sulle singole note di un suo brano. Fantascienza? No, è esattamente quanto è accaduto qualche giorno fa (Wired News ne ha dato notizia l'8 settembre scorso), grazie a una sentenza della Corte federale di appello di Cincinnati, la quale ha stabilito che gli artisti Rap (un genere che, com'è noto, si fonda molto sulla «campionatura» di materiale musicale preesistente, che viene «remixato» per dare vita a nuove opere originali) sono tenuti a pagare una royalty per ogni campione musicale inserito nei loro lavori. La sentenza rovescia la decisione dei giudice di primo grado, il quale aveva sostenuto che l'uso di frammenti musicali di opere preesistenti una nota qui, un accordo là era del tutto legale, a condizione che la «citazione» non fosse immediatamente riconoscibile. «O si chiede il permesso all'autore, oppure non avete alcun diritto di campionare la sua opera», recita la sentenza, che aggiunge: «In tutto ciò la corte non vede alcuna significativa lesione della creatività artistica». Di parere opposto James Van Hook, un esperto di industria culturale che insegna alla Belmont University, secondo il quale «il criterio per affermare il diritto di esigere una royalty dovrebbe restare la riconoscibilità del lavoro citato». La sentenza è destinata ad avere effetti negativi immediati sul lavoro degli artisti del genere rap e hip hop, ma la sua portata politica e culturale appare decisamente più ampia, nella misura in cui conferma la tendenza evolutiva di un quadro legislativo mondiale (basti pensare alla Legge Urbani in Italia e all'imminente «importazione» del Digital millenium copyright Act in Australia, a seguito di un accordo bilaterale fra quel Paese e gli Stati Uniti), che ogni giorno che passa appare più sbilanciato a favore degli interessi dell'industria culturale, che prevalgono in misura schiacciante su quelli dell'industria tecnologica, dei consumatori e degli stessi artisti.