Limpianto è stato costruito negli anni 80 ma non è mai stato completato Via Gianturco, campi da tennis e basket occupati da immigrati Venti euro al giorno per spaccarti la schiena come muratore. Ma ora il lavoro manca anche a queste condizioni Il Coni voleva prendere in consegna limpianto durante la prima giunta Bassolino. Lassessore Parente rifiutò Unalcova di stracci, dentro un materasso, una bacinella per lavarsi e una tanica dacqua. Un quadrato di miseria, riparato sotto gli spalti di un centro sportivo. Un impianto abbandonato, mai completato, alla fine di via Gianturco. Due campi allaperto di basket e tennis diventati rifugio di immigrati. Molti clandestini. Vivono senza corrente elettrica, acqua, servizi igienici. Circondati da macerie e immondizia. Invisibili alle istituzioni. «Da 5-6 mesi riceviamo decine di segnalazioni dai cittadini per la presenza nella struttura di senza tetto - spiega il presidente della IV municipalità, David Lebro - negli anni abbiamo già inviato lettere al Comune per denunciare lo smaltimento illecito di rifiuti in questarea». Incrocio tra via Grimaldi e via Gianturco, una salita conduce allautostrada per Pomigliano e i Paesi Vesuviani. Sulla destra, il colore bianco sporco di un edificio sui 3 mila metri quadri. Sintravedono le gradinate, ma le scale e i varchi sono murati. Tra un murales giallo-rosa e un tre ruote arancione, due sberleffi al degrado, spunta una scaletta arrugginita, mezza piegata: un panno di raso bianco la lega ad una rampa appoggiata dallaltra parte del muro, alto 3 metri. Si sale e si scende in equilibrio sempre estremamente precario. Allinterno, un ammasso di calcinacci e pietre, risultato delle pareti abbattute per ricavare questingresso. Unico. Dopo che il Comune ha bloccato per due volte tutti gli accessi: prima nel 2000 e poi nel 2004. Perché i raid vandalici si ripetevano in continuazione. Si entra nei sotterranei dellimpianto, forse dovevano essere i garage: ci sono materassi stesi sopra le macerie, intonaco scrostato, lame di luce che mostrano rottami e sacchetti. Buio. Dimprovviso, una carrozzina. E un tanfo umido di alcol e urina. Sbuca un uomo, marocchino, tre anelli in successione sulle dita. Come un pugile, però dal peso piuma. Punta lindice sotto il suo occhio sinistro: «Siamo in tanti. Stai attento». Una gradinata, inondata di sole e tappezzata di cenci, sale sui campetti. Panni stesi su fili. Sotto i portici, ai lati della superficie in terra rossa, quattro materassi tra catini di acqua sporca. Immigrati che dormono. Sono le 10 del mattino. I più fortunati riposano al chiuso, negli spogliatoi, con tendine che fungono da separé. Dicono di essere una quarantina, almeno ora che è estate. Dinverno invece diminuiscono: traslocano in città dove fa meno freddo. Algerini, marocchini, tunisini, arabi, un pezzo di "Africa bianca". Fanno lavori stagionali, nelledilizia e nei campi. Quando tutto manca, ci sono i vetri da lavare agli incroci e un po di carità altrui. Samir, 42 anni, 3 figli in Tunisia, il più grande di 10 anni, è ancora tra veglia e sonno: «Sono da 15 anni in Italia, ho fatto il muratore a Modena per 12 euro allora, poi sono venuto a Napoli. Ho lavorato tre mesi fa nei campi di patate a Cancello. Qui la vita è meno cara del Nord e cè più solidarietà». Dalla voce sottile di Samir alla rabbia rauca di Mohammed. Si tocca la spalla sinistra: «Mi fa male da giorni, ieri al pronto soccorso del Loreto Mare non mi hanno visitato perché dicono che sono extracomunitario». Dal 1994 in Italia, aveva un regolare permesso di soggiorno ma è scaduto: «A Napoli ti danno 20 euro al giorno per spaccarti la schiena come muratore, ma il lavoro ora non cè. Per un po di cibo vado alla moschea di via Marina. Qui dentro cè gente che vive da 4 anni, la polizia viene ogni tanto, ci conosce». Dal commissariato di Poggioreale, il dirigente Gioia fa sapere che "nellultimo anno non siamo mai intervenuti in quella struttura, qualche lamentela ci arriva per la presenza lì accanto dei rom che comunque non sono particolarmente pericolosi". Una ventina di baracche, 70 persone, tra cui donne e bambini, a due passi dal centro sportivo, sempre in via Gianturco. Sotto accusa finisce Palazzo San Giacomo: «Il Coni voleva prendere in consegna limpianto durante la prima giunta Bassolino - racconta Lebro. LAssessore allo Sport di allora, Giulia Parente, rifiutò. Ma il Comune non è mai stato in grado di gestirlo». Costruito negli anni '80 dalla Mededil, insieme al Centro Direzionale, con fondi della Cassa del Mezzogiorno, non è mai entrato in funzione: «Ci sono solo le opere edili, mancano gli allacci ai servizi - spiega Roberto Giannì, dirigente del servizio pianificazione urbanistica del Comune. Credo che non fu mai terminato perché i soldi erano finiti». Ora rientra nel piano di "complemento del centro direzionale", la cui gara in project financing è stata aggiudicata il 23 maggio 2006 dal consorzio Agorà 6. Qui dovrebbe ri-nascere un impianto sportivo con due piscine, palestre, centri fitness. «Tutte le aree del centro direzionale non sono state consegnate ad Agorà, perché alcune sono ancora in corso di liberazione - continua Giannì. Ci sono stati dei ritardi a causa delle resistenze di alcuni operatori del mercato ortofrutticolo. Speriamo di farcela per ottobre». Mohammed si arrampica sulle due scalette ed esce per cercare un po di lavoro: «Faccio di tutto». Sul selciato, dintorno, un intreccio di rovi e rifiuti: buste, jeans, centinaia di bottiglie, copertoni, recipienti di colorifici, un televisore, decine di water sbreccati, la spalliera di un divano, una porta. Cruda, la rabbia di Mohammed si trasforma in delirio cotto dal sole: «Qui dentro non si può vivere. Che vuol dire clandestini o regolari? Tanto per voi siamo tutti uguali. Siamo ladri, violenti, cattivi. Non è vero. Eppure, vedi cosa sta facendo il presidente della Francia con i rom Sono comunitari, ma li sta rispendendo a casa. È tutto così assurdo».
NAPOLI - Una baraccopoli tra le macerie il centro sportivo diventa favela
Il Comune di Napoli ha bloccato gli accessi al Limpianto, un impianto sportivo abbandonato e non mai completato, in via Gianturco. Il lavoro manca anche a queste condizioni. Il Limpianto è stato costruito negli anni '80, ma non è mai stato completato. Il Coni voleva prendere in consegna il Limpianto durante la prima giunta Bassolino, ma l'Assessore allo Sport, Giulia Parente, rifiutò. Il Comune non è mai stato in grado di gestirlo. Ora il lavoro manca anche a queste condizioni. Il Limpianto è diventato un rifugio per immigrati, che vivono senza corrente elettrica, acqua, servizi igienici. Circondati da macerie e immondizia, invisibili alle istituzioni.
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