Lassessore Vesco: "Senza accordo sindacale niente cassa integrazione" "Se la Fondazione la chiederà ugualmente, noi chiuderemo la porta, a quel punto il problema diventerà politico" Il Ministero della Cultura chiede a Sacconi di non autorizzare gli ammortizzatori sociali e attacca il sindaco «Senza laccordo sindacale, noi non eroghiamo la cassa integrazione in deroga»: Enrico Vesco, assessore regionale alle Politiche del Lavoro, mette sul tavolo della vertenza Carlo Felice la posizione, compatta, della Regione. Intanto, il ministero per i Beni culturali, invocato dai sindacati, si trincera dietro una nota stampa, che scherma il fastidio del ministro Bondi proprio sul tema della cassa in deroga a Genova e attacca il sindaco: «Nessuno ci ha coinvolto in questa vicenda». «Se non cè un numero di sigle che firma laccordo sindacale e accetta la cassa in deroga, ma la Fondazione la chiederà ugualmente, noi chiudiamo la porta: il problema diventa politico - rincara Vesco, Pdci - ne ho già parlato al presidente Burlando, non posso firmare scavalcando la volontà dei lavoratori, io ho degli elettori cui rendere conto». I vertici dellazienda, negli incontri preparatori con lassessore regionale, davano quasi per scontato laccordo, invece cinque sigle sindacali su sei sono categoriche sul "no" alla cassa. «Ho seguito tante trattative difficili - riflette lassessore - ma in nessun caso si è arrivati alla cassa in deroga senza una firma tra le parti». Ci sono nubi sempre più nere che saddensano sul torrione del Carlo Felice. E pure il vento che soffia da Roma, è uno scirocco scuro: il capo di Gabinetto del ministro Bondi, Salvatore Nastasi, avrebbe cercato di mettere in guardia (invano) il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ad autorizzare la Regione allerogazione. Il ministero dei Beni culturali vuole evitare che proprio a Genova si apra una strada che seguiranno molte delle fondazioni lirico-sinfoniche italiane. «Noi siamo un organo di sorveglianza - dicono da via del Collegio romano - non possiamo opporci alla cassa in deroga, quello è competenza del ministero del Lavoro: potremo fare le nostre valutazioni, quando vedremo il bilancio di previsione 2011 e quello consuntivo 2010». Come a dire: se non ci coinvolgete, noi stiamo a guardare. E arriva la staffilata a Marta Vincenzi: «A meno che il sindaco, che è presidente della Fondazione, non ritenga di interessarci: è stata lei a volere il termine del commissariamento, noi ora ci limitiamo ad apprendere dai giornali cosa succede a Genova». Ecco perché è improbabile che martedì, allincontro tra il general manager Renzo Fossati e i delegati delle segreterie nazionali dei sindacati, parteciperà anche un membro del ministero. I sindacati sono spaccati: la Cgil è possibilista a firmare la cassa in deroga per quattro mesi, in cambio di un piano di rilancio dettagliato, tutte le altre cinque sigle (Cisl, Uil, Fials, Snater, Libersind) sono arroccate sul "no". E comunque anche la Cgil rimette la decisione al referendum dei lavoratori. E se si andrà a votare è molto probabile che vinca il no. Un fine estate di ultimatum al Carlo Felice: quello di alcuni lavoratori, «Se non sa evitare la cassa in deroga, il cda si dimetta». Quello di Fossati ai lavoratori: «O a casa in cassa in deroga, o a casa senza stipendio». Quello della Regione: «O accordo, o niente cassa». Infine, quello del sovrintendente Giovanni Pacor alla Fondazione: «Se non mi approvate il progetto artistico, mi dimetto».
GENOVA - Carlo Felice, aut aut della Regione
L'assessore regionale alle Politiche del Lavoro Enrico Vesco ha affermato che senza un accordo sindacale, la Regione non erogherà la cassa integrazione in deroga a Genova. Vesco ha dichiarato che se la Fondazione la richiederà ugualmente, la Regione chiuderà la porta e il problema diventerà politico. Il Ministero della Cultura ha invocato gli ammortizzatori sociali, ma il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi non ha autorizzato la Regione a erogare la cassa in deroga. I sindacati sono spaccati, con la Cgil che è possibilista a firmare la cassa in deroga per quattro mesi, mentre le altre cinque sigle sindacali sono arroccate sul "no".
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