A tempo s'era capito che il progetto di Arata Isozaki per la nuova uscita degli Uffizi a molti non andava a genio. E s'era anche capito che si stava tergiversando oltre ogni limite di decenza. Qualsiasi pretesto era ed è buono a farne procrastinare l'esecuzione: a principiare dai reperti archeologici riportati alla vista. Reperti di rilevanza presumibilmente affine a quelli scoperti qualche anno fa sotto via del Proconsolo e poi preclusi agli occhi col riassetto stradale; e non di meno capaci, quelli degli Uffizi a differenza dei loro gemelli, di nuovo sepolti pochi metri più su , d'intralciare l'avvio dei lavori (a detta naturalmente di chi trova convenienza a dirlo). Mentre si temporeggia e si rinvia (per poi forse non farne di nulla), già si staglia la facciata dell'edificio dirimpettaio; sul quale non mi pare si sia discusso granché, quantunque incomba sul quel medesimo contesto in cui si è sentenziato l'architettura d'Isozaki sarebbe fuori scala; tanto che perfino se n'era minacciata, da parte di chi autorevolmente poteva dir la sua, una cospicua sbassatura; ch'è verisimilmente all'origine della definizione, ormai popolare, di «pensilina» (definizione che si sentirà sulla bocca di chi la disprezza). Ma sarà a tutti ovvio che se quella «loggia» (perché questo è il titolo che le pertiene) venisse dimezzata in altezza, più che d'una «pensilina», assumerebbe le sembianze d'una tettoia da chiostra condominiale. Nessuno d'altronde avrà scordato che quello scombinato slargo di fianco all' ala di levante degli Uffizi, si è offerto alla vista per anni con l'aria dimessa che hanno i luoghi dove sboccano le evacuazioni di sicurezza dei cinema di prima categoria; che son belli davanti, ma trasandati e maleodoranti di piscio, dietro. Né l'aspetto è troppo cambiato ora ch'è finito il maquillage, in chiave postrazionalista, della facciata del vecchio Capitol. Su quello spiazzo, dunque, la nuova uscita degli Uffizi sarebbe fuori scala? Se qualcosa fuori scala c'è, credo sia la statura di noialtri uomini: troppo piccina per la città dove si vive. Le questioni sollevate dall'uscita d'Isozaki non sono affatto legate alle relazioni dimensionali fra l'inserto moderno e l'architettura circostante, bensì al suo stesso linguaggio; ch'è linguaggio contemporaneo; e dunque di per sé osteggiato, perché ostico, se non addirittura incomprensibile, ai più. Tutto ciò ch'è nuovo turba (ahimè soprattutto a Firenze). Stavolta però l'amministrazione cittadina, da cui vengono segnali positivi d'una svolta, pare risoluta a tener duro nella difesa d'un progetto ch'è non solo innovativo, ma quel che più conta anche di qualità; progetto ch'è peraltro risultato vincitore non sarà male rammentarlo almeno a chi seguita a dar valore all'etica in un concorso internazionale, il cui esito è stato ufficialmente ratificato dagli enti preposti a pronunciarsi in questa materia. Volesse il cielo fosse sempre questo, dalle nostre parti, il tenore delle scelte in materia d'aggiornamento sul contemporaneo. E volesse il cielo che per gl'inserti architettonici di riguardo si scegliesse sempre la via dei concorsi. responsabile della sezione Rinascimento della galleria degli Uffizi