Quando si vuole ristrutturale un edificio antico, e per giunta adattarlo a struttura museale, come e quando e, soprattutto, entro quali limiti si può intervenire? Il problema riguarda adesso i padiglioni della Biennale ai Giardini a Venezia, ma anche le strutture antiche riutilizzate in ogni parte d'Italia per le Gallerie e i Musei, e naturalmente riguarda anche Roma. A guardarlo oggi, scorrendo per via Nazionale, compresso nel traffico delle auto e degli autobus, coi semafori che inventano file enormi proprio sotto la facciata, forse è difficile rendersene conto: ma questo Palazzo delle Esposizioni è davvero una struttura calata dall'alto in un sistema che le resta estraneo. Il mito umbertino è quello del sesquipedale e dell'antico post-rinascimenale: scalinata, arco di trionfo a tre fornici, sequenza di statue dei migliori accademici del tempo che a loro volta citano Michelangelo e l'antico: l'anno della inaugurazione è il 1883. La scritta in capitali sotto un trittico di plastiche figure recita: «Regnando Umberto I il comune di Roma edificò ad esposizione di belle arti contribuendo stato e provincia l'armo 1882». Dentro ancora dimensioni sesquipedali: e; una specie di Pantheon, colonne comprese, calato al centro del tutto. Come si comprende una struttura difficile che Costantino Dardi aveva capito bene, ristrutturandola dopo decine di grandi e meno grandi rassegne temporanee: Regionali fasciste, Quadriennali e altro ancora. Per lui erano le luci, giustamente, uno dei problemi principali, oltre al condizionamento e ai percorsi, e per le luci dall'alto le sue soluzioni sono apparse ineccepibili. Resta comunque aperto il problema generale: a prezzo di quali e quanti compromessi, e non parlo certo solo della sicurezza, si ottiene la funzionalità e la fruibilità delle strutture espositive entro edifici fortemente condizionanti come questo? Altimetrie enormi, sfogo dell' aria calda verso l'alto, impossibilità di mantenere temperature e umidità costanti se non con costi enormi, difficoltà di organizzare percorsi logici entro contesti pensati per altri modelli espositivi, e dunque con altri rapporti fra pubblico e opere, per non parlare delle diversissime tipologie delle opere di oggi. Si pensi che alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, dove hanno appena finito di manomettere la importante architettura razionalista di Cosenza, una delle poche rimaste a Roma, senza che le molte proteste sortissero effetto alcuno, hanno analoghi problemi. Si riapre quindi il dibattito sul rapporto fra moderni sistemi museali e strutture del passato: alla Biennale di Venezia i progetti di sistemazione dei padiglioni sono costosi e di difficile realizzazione, ma altrove, fuori dei nostri confini, le risistemazioni degli edifici storici per l'arte contemporanea sono molte volte scartate, ad esempio in Germania, a favore della edificazione di strutture del tutto nuove. Certo, sembra blasfemo dirlo, ma finché non avremo il coraggio di investire nella nuova architettura, e nella buona architettura, non risolveremo i problemi espositivi, tanto meno quelli della conservazione. Palazzo delle Esposizioni adesso è ferito, e ferito gravemente: forse andrà ripensato il sistema delle strutture originarie, che non era certo nato per i carichi, le attrezzature e le funzioni che si chiedono a un moderno museo. Un tempo anche se le mostre del Sindacato fascista esponevano le opere a piano terra a 25 gradi e quelle in galleria sopra i 35, nessuno si preoccupava, e se di inverno era troppo caldo, o magari umido, nessuno aveva problemi: adesso.ogni museo, se vuole prestiti da altre strutture, deve avere temperatura e umidità costanti, sistemi antifurto e antivandalici efficienti, percorsi leggibili. Tutto questo è possibile ottenerlo oggi in strutture condizionate pesantemente da altri modelli culturali? Un ripensamento delle possibili funzioni del palazzo o la sua globale reinvenzione architettonica sembrano forse, a questo punto, necessari.