Non è un sogno (o per qualcuno un incubo) di fine estate. Nè tantomeno una boutade propagandistica. Tor Bella Monaca potrebbe avere gli anni contati Vale a dire il tempo necessario per abbatterla e ricostruirla Con criteri e modalità accettabili, in grado di assicurare agli abitanti una qualità della vita decisamente migliore di quella alla quale per decenni si sono dovuti adattare, prigionieri delle logiche urbanistiche degli anni Settanta che, peraltro, hanno contribuito non poco al degrado civile e sociale di numerose grandi città. Roma con alcuni suoi quartieri periferici, e il paradigma della devastazione culturale che ha prodotto scempi come quello di Tor Bella Monaca, ma anche di Corviale, senza dimenticare quasi tutto l'hinterland a ridosso del raccordo anulare, quartieri ghetto dove vige la legge del più forte, nei quali è impossibile costruire un minimo di vita comunitaria perchè concepiti come orrendi dormitori o, nella migliore delle ipotesi, come arcipelaghi di provvisorietà nei quali addensare i meno abbienti lasciandoli il più delle volte senza servizi adeguati e privi di qualsiasi struttura culturale ed aggregativa. «Una cisti urbana» ha definito il termitaio di Tor Bella Monaca il sindaco Gianni Alemanno, convinto che sulle sue rovine possa venir fuori non un satellite di Roma, ma un sito pienamente integrato nella città che, secondo le concezioni urbanistiche più moderne, non deve necessariamente essere costituita da un centro attorno al quale gravitano aree periferiche per lo più desolate, dimenticate, ricettacoli di delinquenza, non luoghi dove si rifugiano gli esclusi. La proposta di Alemanno ha lasciato il segno. E la speranza e che essa costituisca 1'avvio di una riflessione globale sulla risistemazione di Roma come metropoli che vorrebbe sfuggire al desti no di diventare una megalopoli (...) ingovernabile, insicura, incivile alla stregua di altre conurbazioni gigantesche ed indefinibili, nel senso che non hanno una loro identità, dove vive il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Insomma, le grandi città, che a fatica definiamo ancora tali, sono informi agglomerati cresciuti nell'impossibilità di arginare l'urbanizzazione da un lato e dall'altro di creare le condizioni di vita umane dignitose da parte di autorità cittadine e governative, in ogni angolo del mondo, le quali hanno badato più alla produttività del soggetto che alle sue condizioni vitali, con il risultato che la prima è ovviamente decresciuta perché la seconda non è stata considerata il suo necessario presupposto. Non credo che la vita che si vive a Tor Bella Monaca come a Corviale sia soddisfacente. E' palese piuttosto, anche ad uno sguardo superficiale, che tali quartieri sono eccentrici rispetto alla città stessa. Si tratta perciò di offrire a quelli che risentono della lontananza dal centro il beneficio che può sembrare utopistico di non essere più periferici . Infatti le periferie, evocanti la marginalità e l'inessenzialità di chi le abita, dovrebbero costituire le risorse nuove per uno sviluppo armonico di disegni urbani afferenti ad una dimensione ecologica dell'esistenza nella quale la persona dovrebbe penetrare come un cuneo nelle strutture civili ed abitative sentendosene parte integrante. Invertendo così la concezione secondo la quale la metropoli dovrebbe essere semplicemente un informe agglomerato, un insieme di unità abitative senz'anima. E', com'è facile capire, una prospettiva quantitativa quella che ha guidato la mano di urbanisti ed amministratori dal dopoguerra ad oggi. Che poi a Tor Bella Monaca, per restare al tema, ci si abiti ma non ci si viva, non è un sottile sofisma. L'augurio è che si trovino le connessioni opportune e le risorse necessarie per risanare non solo questo quartiere, ma anche per mettere mano ad una rivisitazione della Capitale immaginandola dotata di più centri e dalla dimensione autenticamente comunitaria. E' un progetto imponente. Ma Roma, come si sa, ha avuto tante vite e tante storie da potersene permettere anche una più.