Il nuovo soprintendente ai musei della città racconta come ha ribaltato le vecchie abitudini. Partendo da Giorgione. Può sembrare strano, ma con un'indifferenza determinata dall'assuefazione all'eccesso di bellezza, la città di Venezia non ha programmato alcuna iniziativa o celebrazione in corrispondenza del quinto centenario della morte di uno dei suoi più grandi e romantici pittori: Giorgione. Molti ricorderanno la bella mostra di qualche mese fa a Castelfranco Veneto, luogo d'origine dell'artista, ma è evidente che la città di elezione di Giorgione è Venezia, per una particolarissima affinità di essenza che, nel 500, rese Giorgione il pittore più raro e ricercato dai collezionisti veneziani. Intanto la città si esalta a ogni appuntamento con la contemporaneità, legato alla Biennale di Venezia. E si onorano mercanti e promotori del contemporaneo come François Pinault, che ha destinato la sua raccolta privata a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi. Grande clamore e grande struscio per l'inaugurazione di quelle sedi, che hanno richiesto investimenti stupefacenti. E così ho pensato, con una caccia al tesoro, di spostare le opere di Giorgione conservate alle gallerie dell'Accademia, sottoposta a infiniti lavori di restauro. L'uovo di Colombo, soprattutto perché, con l'euforia dell'esposizione nei mirabili spazi di Palazzo Grimani, si riapre al pubblico, in modo e in orario continuativi, un edificio altrimenti vuoto, a tratti visibile su prenotazione; con un rito perverso, per due o tre persone al giorno. Arrivato a Venezia come soprintendente «speciale», mi trovavo, fra gli altri, almeno due problemi: uno di risarcimento del ruolo egemone della città rispetto a simboli della cultura universale come Giorgione; l'altro di funzionamento di un istituto museale di straordinaria architettura, uno dei palazzi più belli del mondo, privo di collezioni, monumento di se stesso. Ed è ben vero che Palazzo Grimani era stato sede di una delle più importanti collezioni di archeologia del Rinascimento, ed era stato addirittura concepito per contenerle; però, dopo il lungo e meticoloso restauro, non aveva trovato il suo pubblico se non in rari e raffinati cultori di architettura. Approfittando così della dodicesima edizione della Biennale di architettura, ho pensato di rianimarlo con un ciclo di mostre; di uno o più grandi capolavori ospitati temporaneamente nello stesso spirito dei collezionisti di Giorgione, come i Marcello, i Contarini, i Vendramin, che custodivano, come preziose rarità, le opere del misterioso e ammiratissimo pittore veneziano. Ecco allora la Tempesta, la Vecchia, la Nuda dal Fondaco dei Tedeschi. Opere come allegorie simboliche e morali: la bellezza, la giovinezza nella natura, la fine di entrambe, «col tempo» nella vecchiaia. In tal modo, la ricerca dei capolavori di Giorgione porta alla scoperta del palazzo. L'uno a vantaggio dell'altro. Scoprire la Tempesta nella tribuna di Palazzo Grimani sarà un'emozione quasi insostenibile; come forse non fu neppure nel 500. E, dopo Giorgione, il ciclo degli ospiti illustri continuerà con Hieronyinus Bosch, con Canaletto, con Tiziano, con Vasari, in un continuo rilancio e nell'esaltazione degli spazi del palazzo. Al secondo piano, inattesa della Biennale d'arte del 2011, se ne ospiterà il «cantiere» per la selezione degli artisti italiani.
Tempesta in Laguna
Il nuovo soprintendente ai musei di Venezia ha deciso di ribaltare le vecchie abitudini della città. Partendo da Giorgione, ha deciso di esporre le sue opere in un palazzo vuoto, Palazzo Grimani, che era stato sede di una delle più importanti collezioni di archeologia del Rinascimento. Il palazzo, con la sua architettura unica, era stato privo di pubblico fino a quel momento. Il soprintendente ha pensato di rianimarlo con un ciclo di mostre, ospitando capolavori di Giorgione, come la Tempesta, la Vecchia e la Nuda dal Fondaco dei Tedeschi. Questo ha portato alla scoperta del palazzo, che ora ospita le opere di Giorgione in modo emozionante.
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