L'Aquila. La sua inseparabile Panda bianca è parcheggiata sotto la scalinata della chiesa di San Giuliano, appena di traverso. Nessuna altra macchina ha il permesso di sostare così. Ma per padre Giovanni Mastroddi quella è casa sua. Ha vissuto nel convento a fianco alla chiesa per 55 anni e neanche il terremoto è riuscito a portarlo via: le crepe sui muri, gli avvallamenti del pavimento e i vetri rotti sulle finestre non gli fanno paura. E' pronto a giurarlo: il convento di certo non lo lascia. E così da quel terribile sei aprile 2009 è rimasto da solo a sorvegliare il complesso. E forse corre anche qualche pericolo. Per due mesi ha dormito nella lavanderia, un piccolo stabile nell'orto superiore, poi ha deciso di tornare nella sua cameretta, all'ultimo piano del convento, da dove non ha nessuna intenzione di andar via. «Non posso», spiega, «qui ci sono tesori preziosi: una biblioteca con 40mila volumi, di cui alcuni incunaboli, il museo, la chiesa, il convento. Se non io, chi ci pensa? Dopo il terremoto ci sono stati tanti furti, bisogna stare attenti». E' per questo che padre Giovanni Mastroddi, 87 anni, non ha lasciato neanche un giorno San Giuliano. Il terremoto non lo spaventa, ma lo terrorizza la possibilità che la sua casa rimanga senza un custode: d'altra parte quel convento ha segnato tutta la sua vita. Nato a Tagliacozzo, il frate ha frequentato dal 1942 il liceo a San Giuliano e poi ha studiato teologia a Lanciano. Nel 1955 (dopo aver girato gran parte dell'Abruzzo) è diventato parroco di Pettino ed è tornato a vivere nel convento dove era stato da ragazzo, senza più allontanarsene. Padre Giovanni la notte del sei aprile era con i suoi quattro confratelli in convento. Tre di loro hanno lasciato la città e padre Candido Bafile si è trasferito con una roulotte a San Sisto, insieme ai suoi parrocchiani. «Io sono rimasto qui» racconta il frate. «Ero a letto e non mi sono alzato fino al mattino, poi sono uscito per vedere cosa era successo». Lo spettacolo che lo attendeva era desolante: il convento, infatti, ha riportato lesioni praticamente su tutte le tamponature, interne ed esterne e la chiesa ha avuto un distacco di parte di un affresco e di alcuni stucchi dal soffitto. Molte finestre durante il terremoto si sono spezzate e numerosi oggetti sono caduti a terra. «I danni sono tanti», dice il frate. «Per fortuna, per , il museo si è in gran parte salvato e anche il piano della biblioteca ha retto bene». Le lesioni più profonde, infatti, sono nei piani superiori del convento, dove erano le stanze dei frati. «I tramezzi hanno molte fratture» spiega padre Giovanni che posa lo sguardo preoccupato sulle mura dell'edificio. «Anche io» dice «all'inizio avevo qualche titubanza a entrare. Le prime notti mi sono sistemato in lavanderia: è uno stabile basso che non ha avuto danni. Lì ho portato una branda pieghevole, la luce e l'acqua ci sono e c'è persino un caminetto. Stavo bene. Dopo un paio di mesi però, ho pensato che era meglio tornare nella mia stanza. Da lì sono stato a guardare persino i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Non sono scappato allora, perché dovrei farlo adesso?». E da quella stanza, all'ultimo piano del convento, che padre Giovanni controlla che nessuno si avvicini con cattive intenzioni al complesso. «Se vedo qualche strano movimento», prosegue, «so come comportarmi. Ho sempre a portata di mano le bombette che si usano per far scappare gli animali: basta accendere la miccia e lanciarle. Le scintille e la confusione fanno fuggire tutti a gambe levate». Ma c'è un altro motivo che lega il frate al convento: «Qui ho un poco di terreno dove ho piantato mele, pere, cachi, pomodori, prugne, fichi. E anche per questo che sono rimasto a San Giuliano: l'orto ha bisogno di cure». Padre Giovanni, infatti, tutte le mattine si alza presto per innaffiare le sue piante e spazzare il cortile. «Altrimenti», spiega, «la frutta che si schiaccia per terra sporca tutto». Anche mentre parla, il frate, di tanto in tanto, allontana con il piede le foglie e i frutti che si sono staccati dai rami. Poi si affaccia al muro di contenimento che cinge il piazzale davanti al convento e indica una sconfinata distesa verde: «Lì, quando ero giovane e frequentavo il liceo, si raccoglievano 19 quintali di grano l'anno. E' bello, vero? Questo è il paradiso terrestre».