Classe 1966, Luca Molinari, architetto non praticante e professore associato in Storia dell'architettura contemporanea alla II Università di Napoli, già direttore dal 2000 al 2004 del settore architettura della Triennale di Milano, curatore di numerose mostre, ha raggiunto una vetta: è il curatore del Padiglione Italia alla Biennale Architettura del 2010. Un incarico non facile, anche politico, perché si tratta di scegliere e scartare, selezionare e giudicare, e soprattutto legare ogni cosa a un filo conduttore logico. Lo abbiamo incontrato nel Giardino adiacente al Padiglione Italia, e gli abbiamo rivolto alcune domande, proprio a partire dagli argomenti innescati a mezzogiorno a proposito dello sviluppo o del degrado delle periferie urbane. Innanzitutto, qual è il punto di vista di uno studioso di architettura a proposito di un progetto gigantesco come quello in corso di realizzazione a Milano, nell'area dell'ex Fiera? «Dobbiamo considerare che i criteri di progettazione di costruzione negli ultimi anni sono cambiati. E' vero che a Milano city sorgeranno grattacieli e altre costruzioni di grandi dimensioni, ma a differenza che nel passato si darà importanza anche a quello che c'è in mezzo. Prima, come nel caso di certe orrende periferie, tutto quello che si trovava tra gli oggetti era abbandonato a se stesso. Adesso i progetti sono più organici, come dimostra l'area del Portello Fiera, a due chilometri di distanza. Adesso lo spazio pubblico è di- segnato prima e muovi quartieri hanno una qualità urbana diversa». Quali sono le prospettive di miglioramento delle periferie? «Di certo non possiamo abbatterle, anche perché in periferia vive l'80 per cento della popolazione italiana. E poi, anche ammettendo di abbattere, che ne so, Tor Bella Monaca, con che cosa lo sostituiremmo? La questione cruciale sta nell'abbattere consapevolmente alcuni edifici, ma anche nel scegliere di non costruirne di altrettanto brutti. Bisogna prendere esempio da Paesi come l'Olanda o il Belgio, dove gli interventi in periferie brutte consistono nell'abbattimento solo parziale e nell'inserimento di altri elementi sostitutivi e migliorativi. E un po' come un'operazione di agopuntura. Un modo di operare molto preciso e specifico. Mentre l'abbattimento indiscriminato non porta a nulla». Prendiamo il caso di queste abitazioni popolari ad Ancona. Che cosa si ottiene a costi così bassi? «Si possono ottenere risultati molto buoni. Consideriamo che gli architetti sono costretti spesso a fare i conti con budget molto bassi. Questo mette a dura prova la loro creatività. Credo che ogni architetto dovrebbe tornare dopo qualche anno sui luoghi che ha progettato e che nel frattempo sono stati costruiti e abitati, e considerare a posteriori gli effetti delle sue scelte». Può indicarci qualche esempio di interventi pubblici che hanno migliorato le città? «Penso alle due linee già terminate della metropolitana di Napoli. Sono gestite in modo Impeccabile e rispettate da chi le frequenta. la dimostrazione che un luogo dove molta gente passa molto tempo, se è gradevole non induce comportamenti vandalici». A proposito di interventi pubblici discutibili venendo qui in vaporetto per ironia della sorte si passa sotto il ponte di Calatrava. Un altro ponte del sospiri. E ancora impacchettato e inaccessibile. E questa sarebbe architettura che fa incontrare la gente? «Quel ponte ha avuto un destino infausto. Non ne è andata dritta una. In effetti non sembra proprio un'operazione riuscita». Sempre a proposito di Venezia: è tutta un'impalcatura e le impalcature sono tutte invase dalla pubblicità. Le piazze storiche italiane stanno diventando spazi per gli inserzionisti? «In alcuni casi, come Piazza San Marco o in passato piazza Duomo a Milano, il colpo d'occhio è devastante. Per non possiamo neanche farci trascinare da un facile moralismo. Ricordiamo che il denaro degli sponsor privati è anche quello che permette l'esistenza di grandi istituzioni culturali come il Met a New York o il Louvre a Parigi. In un clima di tagli drammatici dei fondi non si possono mantenere certe strutture se non facendo ricorso al soldi della pubblicità. Si tratta solo di trovare un onorevole compromesso. Magari ponendo delle regole e dei limiti chiari».