La Regione, la polemica «Sulla cultura tagli e mance alle clientele» Cicelyn: il liberismo spettrale della Regione è un alibi per sottrarre fondi ai grandi progetti Eduardo Cicelyn Direttore Museo Madre La politica culturale di Caldoro ha avuto inizio: 42 milioni di fondi Ue sottratti ai vecchi destinatari (Fondazione Festival Teatro, Fondazione Donnaregina, Festival di Ravello, Festival Giffoni, Forum delle Culture) e parzialmente riprogrammati (per ora solo 10 milioni da spendere nel 2010 tra festival, eventi, archivi e biblioteche non meglio identificati). Un buon inizio? Secondo me, è l'inizio della fine. La delibera regionale 610 del 5 agosto sarà foriera di brutte conseguenze a lungo termine: è infatti molto probabile, se non sicuro, che stiamo discutendo delle ultime, importanti risorse che la Regione potrà mettere in campo nel decennio a venire per promuovere in modo organico lo sviluppo delle attività culturali sul territorio. La nuova amministrazione ha indicato il suo piccolo orizzonte: molti eventi e molti territori (anche per moltiplicare le poltrone del Forum delle Culture sono state usate le medesime parole). Tra l'altro ribaltando in un sol colpo l'idea portante del programma politico (concentrazione e qualificazione della spesa pubblica versus fondi a pioggia e assistenzialismo) col quale l'attuale maggioranza ha vinto le elezioni in Campania soltanto cinque mesi fa. In una tipica seduta prevacanziera, nel silenzio quasi generale, sono state poste le condizioni certe per il primo, lampante esempio di polverizzazione dei fondi europei dell'era caldoriana. Ed è questo il cuore del problema: fondi che l'Unione Europea ha deciso di investire nel Mezzogiorno d'Italia anche per consentire lo sviluppo di strutture e organizzazioni culturali di spessore internazionale sono sequestrati e distratti dalla Giunta campana: per quale scopo? e perché se n'è decisa la ripartizione solo per il 2010, optando, contro la logica di Bruxelles, per una programmazione successiva da approvarsi anno dopo anno? Ma è chiaro: d'ora in poi le risorse comunitarie serviranno a nascondere i tagli alla Cultura dei prossimi bilanci regionali e ad elargire contentini a destra e a manca. La delibera del 5 agosto, vi invito a leggerla parola dopo parola, sancisce la rinuncia a programmare in modo trasparente la spesa europea e prepara il ritorno in campo dell'ente regionale old style, moltiplicatore ed elargitore di pubbliche risorse. Già si possono intravedere le file dei questuanti di Santa Lucia, che smetterà di essere ufficio di promozione culturale (come pure si ironizzava in passato) per trasformarsi già dal prossimo autunno in centro d'assistenza ad uso di associazioni e di artisti fulminati dalla critica e dal mercato, istituzioni e personaggi minori da sempre aggrappati alla peggiore politica locale e sublocale (ah, i territori!). Di questa visione retrograda e oggettivamente provinciale le numerose esternazioni dell'assessore Miraglia - aforismi quotidiani sul concetto di cultura e sul rapporto tra arte e mercato - sono l'improvvisato contrappunto ideologico. Com'è manageriale e moderna la professoressa quando batte e ribatte il chiodo: basta con l'assistenzialismo, la cultura si apra al mercato! E poi minaccia di promuovere i competitori delle strutture più accorpate, in modo da stimolare una bella selezione darwiniana. E infine lancia la sfida: le migliori realtà locali vadano a cercare finanziatori privati, noi distribuiremo risorse un po' qui e un po' là, e che vinca il migliore! Retropensiero: se poi quelli più grandi e ormai ampiamente referenziati non riusciranno a farcela da soli, proprio perché già troppo cresciuti e dunque più costosi, vorrà dire che non erano così migliori come volevano apparire: e dunque sarà la dura legge del mercato a fare il lavoro sporco di affossare, per esempio, il museo Madre o il Teatro Festival Italia. Essere diventati in meno di 5 anni un'eccellenza culturale di spessore internazionale con pubblico e incassi in crescita è il peccato originale del museo napoletano, che i suoi dirigenti dovrebbero cortesemente espiare con un pubblico autodafé. Medesima punizione andrebbe inflitta a seguire o magari in un'unica cerimonia agli artefici dell'altrettanto fastidiosa affermazione della kermesse teatrale, l'unico grande evento culturale napoletano oggi riconoscibile nel mondo. Come in un Ghostbuster in salsa dialettale, mal riuscito e perciò neanche divertente, il clamore dei successi indiscutibili di una politica culturale aliena (leggi: bassoliniana) sembra aver scatenato la caccia agli spettri volati via dal vecchio palazzo Santa Lucia. Ma nessuno si preoccupi, l'assessore Miraglia è dotata di poteri paranormali, ed ecco a noi la ricetta miracolosa estratta come un fluido prezioso dal modello di produzione culturale americana: il fantasmatico, sempre evocato e mai visto e toccato sponsor internazionale! Di organizzazioni teatrali so molto poco, qualcosa posso invece argomentare sui presunti musei pubblici finanziati dai privati negli Stati Uniti evocati dalla Miraglia. Oggetti non (meglio) identificati anche nei laboratori della Nasa, visto che le mitiche istituzioni citate ripetutamente dall'assessore godono tutte di notevoli finanziamenti pubblici e - questo è vero - anche di cospicue donazioni, che per negli Usa sono sempre soldi presi allo Stato, dato che i donatori-mecenati godono in cambio del gioioso diritto di cancellare le risorse trasferite dagli imponibili fiscali. Esempio Metropolitan Museum di New York, cavallo di battaglia della Miraglia: 97.087.819 Euro di fondi pubblici diretti e indiretti su un budget di 186.450.694 Euro nel 2007. La seconda metà del budget è autogenerata, cioè non viene dagli sponsor ma da biglietteria, merchandasing e servizi aggiuntivi: tipo feste private, ricevimenti e spettacoli vari (quelli del Madre per , tipo «Madrenalina», non piacciono assolutamente al nostro assessore). Ma perché guardare in America e non in Europa, il continente politico in cui anche la Campania e Napoli sono? Se analizzati, i bilanci dei musei francesi, spagnoli, tedeschi, etc. ci raccontano che il denaro pubblico ne è scheletro e carne e che la presenza degli sponsor è ovunque praticamente irrilevante (in Gran Bretagna è un po' come negli States). Ma facciamo l'esempio più popolare, il Centre Pompidou di Parigi nel 2007: 70.230.00 euro di fondi pubblici a fronte di 1.879.000 di sponsorizzazioni, meno del 3. Meglio di tutto, infine, sarebbe studiare le cose italiane (Napoli è in Italia o in America?) per osservare che i musei d'arte contemporanea paragonabili al Madre (Rivoli in Piemonte, Mart in Trentino, Mambo in Emilia Romagna) sono copiosamente finanziati dagli enti pubblici (attenzione: del tutto la gestione ordinaria e in larghissima parte le mostre!). Esempio Mart di Rovereto, di proprietà di un ente locale come il Madre lo è della Regione Campania: 9.089.850 euro di fondi pubblici e sponsorizzazioni pari a 384.376 euro nel 2007, cioè meno dello 0,30 per cento di risorse private su un budget complessivo di 11.130.259 euro. Noi, che il museo Madre l'abbiamo pensato, progettato, realizzato e condotto finora, queste cose le sappiamo non per telepatia né per infusione divina, ma perché le abbiamo imparate confrontandoci con tutto il mondo e studiando con l'aiuto di esperti economisti del settore i bilanci e le attività delle altre istituzioni nazionali e internazionali. Perché l'assessore Miraglia, palesemente disinformata, si ostina a propagandare un fantasioso e spettrale liberismo? E perché la stampa locale sembra incantarsi ascoltando il mantra della libera competizione tra diverse proposte culturali nell'agone mercantile? A Napoli, proprio a Napoli, dove non si trovano sponsor neanche per il San Carlo? In conclusione due domande vorremmo invece porle noi direttamente all' assessore regionale: ci sono risorse pubbliche sufficienti per tenere in vita il Madre, per quel che esso è, cioè un medio museo internazionale d'arte contemporanea? Se non ci sono (e non so se l'assessore si sia almeno informata sulle proporzioni di un impegno finanziario credibile, magari consultando in rete il nostro Rapporto di attività), forse, la Regione Campania sta preparando un piano strategico di coinvolgimento di sponsor nel sistema della produzione culturale e artistica campana? Non a noi, ma alla pubblica opinione, ai lavoratori del museo ed ai cittadini l'assessore alla Cultura Caterina Miraglia deve rispondere nei prossimi giorni. E deve rispondere con chiarezza, fornendo date certe e progetti di fattibilità compatibili con il buon senso. Il museo Donnaregina è patrimonio materiale e simbolico della comunità ed è un bene inscritto nel bilancio della Regione Campania, che l'assessore ha tra le sue responsabilità l'obbligo di proteggere e valorizzare. Ma a via Settembrini, tra la Sanità e Forcella, c'è anche un grande capitale di lavoro e di orgoglio napoletani, riconosciuto nel mondo, che non può essere disprezzato e disperso per calcolo ideologico e incuria politica. Oggi, 27 agosto, non avremo gli stipendi; eppure anche impegnandoci a lavorare gratis, non sappiamo se Scabec sarà in condizione di garantire l'apertura regolare, seppur a scartamento ridotto delle sale. Ciò nonostante, come è ovvio, noi combatteremo fino in fondo questa battaglia che, come tutte le sfide culturali, soprattutto qui dalle nostre parti, sembrerebbe persa in partenza e non contemplare la possibilità di una resa, men che mai onorevole. Però il resto è davvero di niente. La storia Nel 2005 la Regione Campania acquista il Palazzo Donnaregina con fondi della Comunità Europea con l'intento di costituire il primo Museo regionale in Campania in grado di confrontarsi con gli istituti museali di livello internazionale. Il 10 giugno 2005 il Madre inaugura i suoi spazi. Nel dicembre 2005, segue l'inaugurazione della collezione storica ospitata al secondo piano. Nell'aprile 2006 con la mostra antologica dedicata a Jannis Kounellis si aprono le sale del terzo piano.