Domenica si apre a Venezia l'esposizione che riunisce progettisti da tutto il mondo Con un obiettivo: limitare le follie dei creativi chic e strapagati che invadono le città Domenica prossima si apre al pubblico, a Venezia, la dodicesima Biennale di Architettura. L'anteprima per la stampa è stata ieri. Abbiamo visitato l'esposizione, che chiuderà il 21 novembre. Lo spazio che la ospita è l'Arsenale, antica zona di magazzini e di banchine per carico e scarico merci già ai tempi della Serenissima. Un'area confinante coi Giardini, molto vasta, migliaia e migliaia di metri quadrati di edifici in parte ristrutturati a cominciare dal 2003. Una più che degna cornice a un evento che richiama folle di addetti ai lavori e di semplici turisti curiosi. Perché qui ci si fa un'idea dei concetti che in tutto il mondo premono per realizzarsi nella forma concreta di edifici, a uso pubblico e privato. Ieri, dunque, la presentazione ufficiale, attraverso le parole di Paolo Baratta, presidente della Biennale, e della direttrice di questa edizione, la giapponese Kazuyo Sejlina (è la prima volta di una donna), vincitrice quest'anno del premio Pritzker, l'equivalente del Nobel per l'Architettura (che non esiste). Il nuovo corso La mostra s'intitola in un ecumenico inglese People meet in architecture, vale a dire la gente s'incontra attraverso l'architettura . Un'indicazione abbastanza chiara. Abbiamo chiesto alla signora Sejima se sia venuto il momento che le archistar facciano un passo indietro, ripieghino il loro ego e i loro progetti faraonici a favore di un uso dello spazio più a misura d'uomo e lei ha detto: «Yes». Poi ha riflettuto qualche secondo e ha ripetuto: «Yes». Poi ha detto ancora: «Yes». Paolo Baratta ha tradotto: «Sì». Bene. In soffitta, almeno secondo la scuola di pensiero dominante, i mausolei egolatrici degli architetti megalomani. il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, assente, ha mandato un messaggio di saluto, lunghetto, dove ha stigmatizzato l'ovvio: ha scoperto che in Italia nel Dopoguerra si è costruito molto e male, che le periferie delle grandi città sono agglomerati mostruosi, dove imperano la bruttezza, lo squallore e il degrado. Si potrebbe aggiungere che la bruttezza e lo squallore invadono anche monti e valli, fiumi e costiere, ma sarebbe un discorso lungo. Nel visitare questa mostra è chiaro che gli architetti sono degli utopisti, e che il loro maggiore sforzo è scendere a compromessi con la realtà. Aggirandosi nel lungo percorso fra i 46 partecipanti scelti fra studi di tutto il mondo e fra le 53 rappresentanze nazionali (inclusi Paesi come Albania e Iran, che non avevano mai partecipato), ci si rende conto che tra il pensare e il fare c'è di mezzo il mare, proprio come a Venezia. Del resto, in una mostra di architettura è impossibile esporre gli edifici a grandezza naturale, perciò si fanno vedere progetti, disegni e fotografie e si esprimono delle idee proprio come nell'arte concettuale. Il visitatore, per esempio, entra in un capannone dove Matthias Schuler e Tetsuo Kondo hanno riprodotto una nuvola di vapore, una nebbia che cambia la percezione dello spazio circostante. Smilljan Radic e Marcela Correa hanno scavato un enorme masso e lo hanno trasformato in una nicchia simile a un rifugio primitivo. E poi ci sono fruste d'acqua illuminate da luci stroboscopiche di Olafur Eliasson, o la scala progettata da Ilaria Capua e Alessandro Scandurra, che sposta il punto di vista dello spettatore su una serie di idee futuribili, nel padiglione Italia. Gli eventi, le iniziative pedagogiche, gli interventi di personaggi illustri, da Vittorio Gregotti a Kurt W. Forster, da Paolo Portoghesi alla stessa Kazuyo Sejima, punteggeranno il corso dell'esposizione. Riportarli tutti è impossibile e rimandiamo quindi alla consultazione in rete del programma: www.labiennale.org. Ma soffermiamoci un momento sul padiglione Italia, intitolato "Ailati. Riflessi dal futuro", e curato da Luca Molinari. Si divide in tre sezioni. La prima è un'originale rilettura della nostra architettura negli ultimi vent'anni, attraverso foto e didascalie significative. L'attentato a Milano Ci sono, per dire, anche le immagini dell'attentato bombarolo del 1993 in via Palestro, a Milano, che distrusse il padiglione di arte contemporanea, o gli effetti del terremoto in Umbria e Marche. C'è, ben delineata, la rivalità fra Renzo Piano e Massimiliano Fuksas, un architetto con un ego talmente grande che si fa ombra da solo. Fuksas è meno internazionale, meno premiato, meno riconosciuto. Ma molto ammanigliato, tanto che si lamenta sempre ed è sempre lì, in prima fila. Nel padiglione aleggia lo spettro di Fuffas, la parodia di Maurizio Crozza. Si teme di imbattersi in progetti tanto fantasiosi quanto campati in aria, specie nella sezione Italia 2050, dove campeggiano improbabili edifici pubblici tutti trasparenti (la proiezione di un desiderio?) e altre forme bizzarre e apparentemente non abitabili, così come non sono indossabili molti capi delle sfilate di alta moda. La sezione Laboratorio Italia presenta una serie di progetti, alcuni realizzati, che cercano di far incontrare la pratica e la grammatica. Interessante per esempio quello di Cherubino Gambardella, che dopo anni di estenuanti rinvii burocratici è riuscito a veder costruiti dodici alloggi popolari Iacp alla periferia di Ancona. Abitazioni dignitose a un costo che non supera i mille euro al metro quadro, anzi è arrivato anche a 650. Forse già una risposta alle indicazioni dell'ineffabile Ministro.