C'è una nuvola dentro la Biennale Architettura, ma non è quella di Fuksas. Una nuvola vera (o quasi) creata artificialmente da Transsolar Tetsuo Kondo Architects nel bel mezzo delle Corderie dell'Arsenale, dove è allestita la Mostra Internazionale di Architettura 2010, diretta dall'architetto giapponese Kazuyo Sejima, la prima donna a curare questa prestigiosa esposizione. Dentro questa nuvola ci si può salire, percorrendo una rampa elicoidale che si avvita attorno alle massicce colonne di pietra e mattoni e quando si arriva in cima l'effetto è sorprendente, come se ci affacciassimo dal finestrino dell'aereo. Solo che in questo caso sopra, al posto del cielo, si staglia il tetto e sotto, oltre la corte di nebbia e vapore, al posto della terra o del mare, come fantasmi, si intravvedono i visitatori. People Meet in Architecture (la gente s'incontra nell'architettura) s'intitola la Biennale di Sejima e Cloudscapes, la nuvola di cui parliamo, è un'architettura allo stato nascente, uno spazio impalpabile ma ricco di suggestioni, attraversabile, vivibile in totale libertà e sospensione di senso, pi attento alle relazioni che s'instaurano con lo spazio e tra le persone che ci camminano dentro che all'oggetto architettonico. Proprio come nelle intenzioni annunciate dalla curatrice e in coerenza con le architetture che Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa (in coppia e con altri formano lo Studio SANAA) hanno realizzato in mezzo mondo. Del resto basta guardarsi il breve film in 3D di Wim Wenders che, all'inizio del percorso espositivo, scorre davanti ai nostri occhi e si addentra in una delle architetture pi recenti dello studio nipponico, il Rolex Learning Center, edificio sinuoso e trasparente, senza barriere, muri e diaframmi. Sul tema proposto dalla Mostra si sono esercitati gli studi, gli architetti, gli artisti che Sejima ha invitato a partecipare, ciascuno libero di interpretarlo e declinarlo a suo modo: le risposte, ovviamente, sono state diverse e contrastanti, più o meno convincenti, più o meno in tema. Alcune eteree come la nube di Transsolar, anzi, all'eccesso di una trasparenza che coincide con il nulla, come nell'allestimento del giapponese junya. ishigamiassociates dal sintomatico titolo Architecture as air: uno spazio vuoto in cui le strutture che dovrebbero reggere l'edificio sono rappresentate da sottili fili di ferro. Aria e acqua: il danese Olafur Eliasson nel buio totale fa sparare da tubi di gomma roteanti dell'acqua che, illuminata da luci stroboscopiche, disegna nell'aria serpenti luminosi; i francesi dello studio RSie(n) giocano con la luce e l'oscurità, progettando Isobiotope un osservatorio che accumula, ridistribuisce la luce e misura i raggi UV. Aria, acqua e suono: l'artista canadese Janet Cardiff in The Fortet Part Motet (il mottetto per quaranta voci), riproduce le quaranta voci da altrettanti altoparlanti disposti a rettangolo, a dimostrazione che la musica è un costrutto mutevole e che il suono costruisce spazi diversi a secondo da dove proviene. Suoni e note, voci e parole: lo svizzero Hans Ulrich Obrist, noto per le sue raccolte di interviste ad architetti di tutto il mondo le espone e si autoespone. Mentre i visitatori passano, lui dialoga con ospiti e partecipanti e i risultati (come le interviste precedenti) si vedono su una serie di schermi disseminati nella grande sala. Ma non c'è soltanto la dimensione dell'impalpabile e della trasparenza nella Biennale di Kazuyo Sejima e qualche «concretezza» si fa strada: come il grande masso, attraversato da un cuneo cavo di legno, al quale Smiljan Radic Marcela Correa che rappresentano il Cile hanno affidato metaforicamente il dramma del catastrofico terremoto che ha colpito di recente quel paese; lo spagnolo Anton Garcia Abril Ensamble Studio con Balancing Act gioca con la gravità accatastando una sull'altra enormi travi di cemento e massi di pietra che si mantengono in un precario equilibrio, come in una bilancia. Fuor di metafore (e ce ne sono tante, forse troppe, in questa Mostra) la concretezza, quella legata al costruire architetture, soprattutto in condizioni difficili, la si ritrova in Work-Place, uno spazio in cui gli indiani dello Studio Mumbai Architects espongono materiali, strumenti e tecniche della loro tradizione: ne viene fuori un'affascinate «bottega» artigiana fatta di intimità e modestia. È però nel Palazzo delle Esposizioni ai Giardini, dove c'è l'altra metà della Mostra (ai Giardini ci sono anche i tanti Padiglioni nazionali che hanno allestito loro autonome rassegne e che meriterebbero una ricognizione a parte; come la merita il Padiglione Italia, curato da Luca Molinari su cui torneremo nei prossimi giorni), che le architetture vengono fuori più chiaramente. Qui abbondano modelli, plastici, qualche disegno (piante, sezioni e prospettive sono scomparsi dall'architettura dell'ultimo decennio, sostituiti dai rendering virtuali), video e foto (come quelle, bellissime di Luisa Lambri). E anche «teorie» come quella illustrata in un'articolata installazione dall'OMA di Rem Koolhaas: quasi una conferenza illustrata che tenta di spiegare un moderno concetto di preservation, per uscire dalla contraddizione per cui sempre di più si dichiara che «tutto deve essere correttamente conservato» ma, nei fatti, la vera conoscenza e la profondità della nostra memoria diminuiscono. Un'altra «provocazione» dell'architetto olandese a cui domani verrà consegnato il Leone d'Oro alla carriera.