Biennale. Lettera di Bondi all'inaugurazione a Venezia. La direttrice Kazuyo Sejirna: «Problema su cui riflettere» La badessa zen dell'architettura internazionale, Kazuyo Sejima, che predica la fine del «narcisismo delle archistar» e l'avvento di un'architettura «per i cittadini», è a sua volta un'incarnazione dell'archistar in chiave minimalista-scintoista. Ieri, alla presentazione della XII Biennale d'architettura di Venezia di cui è direttrice, la giapponese vincitrice del premio Pritzker pescata, come al solito, dall'abile presidente Baratta nell'ambiente glamour internazionale per non farsi notare (!) si è presentata con un'enorme borsa in tela azzurra di Comme des Garçons, versione cool del borsone che danno all'Ikea per mettere la spesa. Peccato che dentro l'enorme borsa non ci fosse la risposta attesa dal ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, che in una esplicita lettera di presentazione alla rassegna ha dichiarato che «le periferie delle città italiane, come quelle di Milano e Roma, sono mostruose», «l'agglomerato padano è senza identità» e «si è costruito a ridosso delle ville venete». «Sono convinto - ha dichiarato il ministro - che occorre avviare una grande politica nazionale per il recupero delle immense periferie senza volto e senz'anima che devastano il paesaggio e generano disagio sociale, infelicità, degrado e, quindi, povertà». E tutto questo, in sostanza, per il «fallimento degli strumenti urbanistici», molto cari alle politiche di sinistra. Non è una gran novità e, per Bondi, le possibili risposte a questo scempio vanno cercate attraverso una legge «sulla qualità dell'architettura» (che il ministro ha proposto e giace in Parlamento) e a una maggiore attenzione (chiara strizzata d'occhio alla Lega) ad «autonomia e municipalismo, motori storici della bellezza italiana». Un'altra risposta, Bondi, se l'aspettava dalla Biennale della Sejima. Ma dal suo borsone è uscita una dichiarazione da laureando del terz'anno dell'università: «Non conosco molto l'architettura italiana, ma il problema delle periferie è comune in tutto il mondo. E' un tema su cui riflettere». Molto meglio la risposta di Baratta, che invita alla ricerca di «un'etica nella committenza più che alla ricerca, per legge, della bellezza». Più caustica quella, storica, di Mario Botta: «il povero è punito due volte, perché o non ha la casa o, se ce l'ha, è brutta». Per Sejima la crisi della città può essere affrontata ripartendo dagli edifici, che sono la base della città e, in teoria, della sua Biennale, la prima curata da una donna, intitolata «People Meet in Architecture» (all'Arsenale e ai Giardini, con 56 padiglioni nazionali, tra i quali quelli dell'Iran e di Israele e la «prima» del Ruanda; aperta da domenica sino al 21 novembre). Lo scopo, utile e sensato, della mostra (46 gli studi coinvolti) è quello di dimostrare che l'architettura può essere un «luogo d'incontro» alternativo ai social network, se è capace di realizzare «luoghi che creano emozioni». L'idea del predominio del sentire sulla razionalità non è nuova: basti leggere il saggio che il giovane Goethe dedica al mitico Erwin, costruttore della cattedrale di Strasburgo. Sembra un po' strano che se ne faccia carico questa «allieva» di Toyo Ito, che ha fatto della timidezza e della ritrosia un modus vivendi e una poetica: a parte l'intervento ludico alla Serpentine Gallery di Londra, opere come la Zollverein School di Essen, un cubo con finestre collocate a caso, o il celebrato museo d'arte di New York, non sono spazi emozionali. Non a caso tra gli italiani da lei invitati (quattro) c'è Renzo Piano (gli altri sono Branzi e Cibic e la scomparsa Lina Bo Bardi), che ha fatto della razionalità e della tecnologia piegata alle esigenze materiali dell'uomo la sua poetica hi-tech. Così, ciò che più emoziona nella mostra sono le architetture-giocattolo: quelle sonore di Janet Cardiff, gli spazi con luci stroboscopiche e acqua di Olafur Eliasson e le gigantesche travi fermate da una molla e un sasso di Anton Garcia-Abril, realizzate direttamente all'interno delle Corderie dell'Arsenale con i lavoratori della Biennale. Degna di nota l'illustrazione dell'architetto cileno Radic sul terremoto, paragonato anche a quello dell'Aquila (l'installazione, intitolata «The Boy hidden in a Fish» è ispirata a un'opera di David Hockney del 1969). Sono «brevetti» che serviranno forse agli studenti (massiccio e riuscito lo sforzo della Biennale per avvicinare le università e i giovani) per farsi venire qualche idea sulle periferie per i nipoti di Bondi. E' vero, come dice Baratta, che «la Biennale è un luogo di produzione di idee, non deve dare delle risposte operative»; ma è difficile individuare in mostra proprio l'idea di città come spazio d'incontro tra i cittadini. Lo conferma Vittorio Sgarbi, neo sovrintendente di Venezia, pure citato nella lettera-invettiva di Bondi. «Quelli esposti sono dei virtuosismi legati a una condizione ludica; sono giochi, come grattacieli trasparenti e scale che si perdono nella nebbia. Sono scenografie per il teatro in cui gli architetti sembrano incapaci di rapporto con la pratica quotidiana. Solo l'esposizione cilena si confronta con il reale: come ricostruire dopo un terremoto devastante? Gli altri lavori sono figli del capitalismo alla Zaha Hadid», conclude Sgarbi. Già, la Hadid! La archistar irachena che ha progettato il Maxxi è l'altra faccia della stessa medaglia della Sejima: ruvida e superstiziosa la prima (non voleva inaugurare il Maxxi perché c'era lo scheletro di De Dominicis); evanescente e in abito viola la butterfly giapponese, che ha fatto del «less is more» la sua poetica.
Periferie mostruose, l'architettura deve una risposta agli italiani
La direttrice della XII Biennale d'architettura di Venezia, Kazuyo Sejima, ha presentato la mostra "People Meet in Architecture" con 56 padiglioni nazionali, tra cui quelli dell'Iran e di Israele. Il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi, ha scritto una lettera di presentazione in cui ha criticato la mostra per non aver affrontato il problema delle periferie delle città italiane. Bondi ha proposto una legge sulla qualità dell'architettura e una maggiore attenzione ad autonomia e municipalismo. La mostra è stata criticata anche da Mario Botta, che ha detto che il povero è punito due volte, perché o non ha la casa o, se ce l'ha, è brutta.
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