Inutile illudersi di assemblare qui i prodotti meglio dei cinesi Se aguzzate bene la vista, sul retro del vostro I-phone riuscirete a leggere «Designed by Apple in California, assembled in China». Illudersi di assemblare prodotti sotto il Vesuvio meglio di quanto già facciano le fabbriche cinesi, significa stressare la nostra realtà destinando molte imprese emolti giovani al fallimento. Tutt'altro che perse, invece, sono tre sfide: la produzione dei contenuti che le tecnologie possono veicolare; la produzione di estetica con cui nobilitare i prodotti e i servizi; la produzione di qualità della vita attraverso nuovi modelli di benessere. Tutte e tre queste sfide si vincono attraverso quell'ibridazione di cultura umanistica e cultura scientifica di cui noi siamo maestri, avendola praticata fin dal Rinascimento. A sinistra Domenico De Masi; sopra, il logo del Forum delle Culture 2013 Se nella vecchia società industriale, centrata sulla produzione di beni materiali, si combatteva il sottosviluppo portando le fabbriche siderurgiche nelle zone rurali con la speranza che, dal nuovo benessere materiale, derivasse anche la crescita civile; nell'attuale società postindustriale, centrata sulla produzione di beni immateriali, si combatte il sottosviluppo portando le fabbriche della cultura nelle regioni arretrate e sperando che, insieme alla crescita civile, arrivi anche lo sviluppo economico. Abbiamo due esempi sotto i nostri occhi: Pomigliano e Giffoni. A Pomigliano si sono svenati per traghettare l'area rurale verso la società industriale attraverso un costosissimo stabilimento automobilistico che ha provocato squilibri economici, illusioni consumiste, degrado urbanistico. A Giffoni, con pochissimi soldi, il Film Festival ha aiutato la comunità rurale a saltare direttamente nella società postindustriale, senza passare attraverso la fase industriale, ottenendo uno sviluppo equilibrato economicamente, civilmente, esteticamente. Gubitosi batte Marchionne due a zero, puntando sulla cultura, sul turismo e sulle nuove generazioni. Ciò significa che, in funzione dello sviluppo socio-economico della nostra regione, le strategie e le decisioni dei nostri assessori alla Cultura e al Turismo (una trentina di persone in tutta la Campania), sono ben più rilevanti delle strategie e delle decisioni prese dal consiglio di amministrazione della Fiat. Oggi il contributo di questi settori al Pil regionale non supera il 20. Se nei prossimi quattro anni salisse al 30, questi assessori resterebbero nella storia delle nostre terre come i primi rappresentanti politici capaci di traghettarle verso la post-modernità. Un sistema è malato non quando è privo di risorse, ma quando non riesce a metabolizzare le risorse che ha. La Campania straripa di risorse: sei milioni di abitanti in 551 comuni che, messi in sinergia, possono ospitare milioni di turisti spalmati su tutte le stagioni dell'anno, richiamati da natura, eventi e monumenti che convivono nella medesima regione. Vanificare il circuito virtuoso tra turismo e cultura significa contrastare la vocazione naturale dei nostri giovani e sprecare le uniche risorse che non rischiano di essere delocalizzate nel Terzo mondo. Già parecchi anni fa, rispondendo a un'interpellanza parlamentare, Tony Blair confessò: «Non è colpa mia se il Pil dell'Inghilterra dipende più dalla musica rock che dalla siderurgia». Allora i lavoratori che svolgevano mansioni intellettuali non superavano il 50 di tutta la popolazione attiva. Oggi, in Inghilterra come in Italia, sfiorano il 70 per cento. È un bene o unmale che l'asse dell'economia si sposti rapidamente dalla produzione di beni materiali alla produzione di idee, di estetica e di benessere? Per il Sud è una manna celeste!