Esattamente una settimana fa, Arata Isozaki e Giuliano Urbani si sono incontrati. Ma non si sono parlati. E, forse, il ministro dei Beni Culturali non ha nemmeno riconosciuto quell'uomo piccolo di statura, dall'aspetto giovanile (nonostante i suoi 73 anni) che gira con un cappelluccio in testa, di quelli alla Beatles, come andavano di moda negli anni Sessanta. Siamo stati testimoni di questo «incontro» alla nona Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, nel giorno della vernice inaugurale. Urbani, appunto, inaugurava e l'architetto giapponese, a pochi passi, presentava alcuni suoi progetti, tra i quali quello con cui ha concorso per la stazione dell'Alta Velocità di Firenze (il vincitore è risultato l'inglese Norman Foster). Ora un altro suo progetto per Firenze, quello della nuova uscita degli Uffizi - la contestatissima «pensilina» - è stato bocciato; questa volta direttamente dal ministro Urbani. Insomma, sembra che Firenze, proprio non porti fortuna al maestro giapponese. Più che di sfortuna, bisognerebbe parlare di accanimento e tutt'altro che terapeutico. La vittima - Isozaki a parte - è l'architettura moderna e contemporanea che all'Italia sembra proprio non piacere. A tal punto che ad ogni tentativo di introdurre qualcosa di nuovo e di vivo nel tessuto vecchio e un po' ammuffito delle nostre città, la levata di scudi è pressocché unanime: a destra come a sinistra, tra neri, bianchi, rossi e verdi. Non ci interessa una discussione estetica sul progetto di Isozaki per gli Uffizi o su quello di Richard Meier per l'Ara Pacis o su quello, ancora, di Oscar Niemeyer per l'Auditorium di Ravello: ci si potrebbe dividere all'infinito se sono belli o brutti. Ci interessa, invece, difendere il principio della legittimità culturale (la legittimità tout court quei progetti se la sono assicurata attraverso concorsi ed incarichi ufficiali) del contemporaneo. Quel principio della legittimità di interventi moderni a fianco, nel e oltre l'antico: che è pratica comune in tutti i paesi del mondo, soprattutto in Europa. E non si metta avanti la scusa che il nostro paese è troppo storico, troppo ricco di passato da tutelare: forse che i tessuti urbani di Parigi, di Londra o di Berlino sono meno storici o ricchi di quelli di Firenze o Roma? Il fatto è che non si tutela un patrimonio urbano e architettonico come il nostro, impedendo che si confronti, anche, con il nuovo. La storia delle nostre città, la migliore storia urbana del nostro paese, è storia di confronti (anche di scontri, perché no?) tra nuovo e vecchio, tra antico e moderno, tra classico e anticlassico, tra ortodossia ed eresia. Ieri: il volume fuori scala di Palazzo Farnese è calato come un vascello alieno nel tessuto della Roma medievale catalizzandone lo sviluppo; e l'ellittica «pensilina» del colonnato berniniano ha connesso la città alla basilica di San Pietro rendendo possibile l'epifania della sua non eccelsa facciata. Oggi: il Beaubourg di Piano e Rogers a Parigi e il Guggenheim Museum di Frank Gehry a Bilbao non sono soltanto due splendidi oggetti architettonici ma hanno fatto la fortuna, anche economica, di un arrondissement e di una città intera. Sicuramente la «pensilina» di Isozaki non ha né la grandezza, né la forza degli esempi che abbiamo fatto. Ma ha la potenzialità, introducendo una parola nuova in una lingua antica, di mantenerla viva. Ecco perché il diritto all'esistenza del moderno è una garanzia per la sopravvivenza dell'antico. A cui, crediamo, faccia meglio una contraddizione, magari un po' inquietante, che una tranquillizzante mummificazione.