Dopo tante battaglie culturali e legali sembra proprio che la zona archeologica dell'antica Kalactè, a Caronia marina, - insieme ai resti degli antichi insediamenti di Halaesa (Tusa) e di Apollonia (San Fratello), - sia destinata a far parte di un unico parco archeologico denominato "dei Nebrodi occidentali", secondo il nuovo funzionigramma elaborato dal Dipartimento regionale dei Beni culturali. Questa zona del litorale tirrenico recentemente colpita da frane e alluvioni, riceve un giusto riconoscimento per il diffuso patrimonio archeologico dissepolto negli ultimi anni (e oggetto di non pochi contenziosi con chi avrebbe voluto nascondere i tesori emersi) . Carmela Bonanno, archeologa, attualmente dirigente alla Soprintendenza di Enna, in una sua recente pubblicazione dal titolo "Kalèaktè", per i tipi della Bretschneider, descrive ampiamente le recenti campagne di scavo confermando l'importanza dell'emporio marittimo in contrada Pantano, a Caronia marina, conosciuto fin dal tempo dei Siculi di Ducezio. Tra la storia e la leggenda pare proprio che il capo dei Siculi, sconfitto nel 450 a.C. dai siracusani a Motyon, - mentre cercava alleanze con le tribù occidentali dell'isola - su "consiglio" dell'oracolo di Delfi, abbia fondato sulla costa tirrenica alcuni luoghi fortificati che avrebbero dovuto preservare la discendenza del re e dell'etnia sicula: le città di Halaesa e Calactè. Di Halaesa, nei pressi dell'attuale Tusa, sappiamo che il re Arconide nel IV secolo avanti Cristo si ritenesse discendente diretto di Ducezio. Di Calactè, che in greco significa "Bella costa", sappiamo invece che fu popolata dal re siculo fuggiasco con l'aiuto di un piccolo gruppo di greci peloponnesiaci. Con essi costruì un porto-emporio che ebbe successivamente grande importanza per i commerci con l'alto Tirreno, con la Grecia e con il nordafrica. Nel suo periodo migliore CalactèKalèaktè è stata la patria del filosofo d'età romana, Cecilio, il quale teneva una pubblica scuola di retorica nell'Urbe. La sua opera maggiore "Delle orazioni di Eschine" ha superato i confini del mondo romano attraverso Plutarco e Fozio. Al pari di altre mitiche città dei Siculi come Neai (Noto), Menai (Mineo), Palikoi e Nessa, Calactè rientra tra i luoghi della saga di Ducezio, l'eroe del "risorgimento" siculo, esaltato dagli storici Fazello e Cluverio, che nel XVI secolo ritenevano Caronia costruita sui resti dell'antica città sicula. In contrada Pantano, prima della Bonanno, hanno scavato sia sia Bernabò Brea che Scibona (cui è stato intestato il museo archeologico di Halaesa), a conferma dell'importanza del sito e del valore culturale che l'archeologia siciliana ha conquistato all'estero. Ma come spesso accade gli indizi per avviare una campagna di scavi vengono non soltanto dai "classici" ma soprattutto dalle tradizioni popolari e dai "tesori incantati" chei contadini affermano svelarsi per magia o incantesimo. E di "incantesimi"a Caronia marina in, località Canneto, ne sono stati narrati tanti. Fenomeni apparentemente inspiegabili, vampate e fiamme libere, forse collegate al magnetismo terrestre, forse al sovrapporsi di paure ancestrali (come le miracolose "fiamme dei santi" che si sprigionano dalle grandi cataste di legno, raccolte dagli abitanti sui Nebrodi tra Natale e Capodanno). Tra i boschi di queste colline il mito vuole sia nato il pastore Daphnì che col suo flauto aveva il potere di fare alzare il livello delle acque sorgive o far tornare la natura a un imperturbabile silenzio. Lì vicino agli scavi del " Pantano", dove con molta probabilità esisteva il porto antico, presso la chiesetta dell'Annunziata - che già Fazello riteneva essere il centro dell'abitato antico- gli archeologi hanno ritrovato i resti dell'acquedotto calactino, e qualche studioso locale sostiene di aver individuato le tracce del culto matriarcale di Dèmetra e di un Thesmophorion. Tutti comuni del circondario (Motta, Pirajno, Mistretta, Rejtano, Santo Stefano, Tusae soprattutto Caronia) sono devoti del miracoloso Crocifisso del "liettu santu" che esprime simbolicamente l'albero della vita, e antropologicamente l'Asse del mondo dal potere rigenerante (Ignazio Emanuele Buttitta). A Caronia Marina la devozione per i rituali della "vita" si spingeva oltre la devozione di "lu Signuri a la Marina"(festa il 3 maggio e il 14 settembre), fino al compimento rituale della "Questua dei fanciulli", una tradizione popolare ormai perduta che portava i ragazzi a girare di casa in casa il 2 novembre, con dei cestini, ricevendo dai compaesani non solo frutta secca ma soprattutto olio e vin «pi l'armuzzi di morti». Ma vediamo da vicino gli scavi di quest'area archeologica semisconosciuta al grande turismo. Anzitutto si notano oltre le recinzioni, i perimetri di due grandi edifici, databili tra il IV e il III secolo a. C. Il primo rettangolare, potrebbe avere unificato più ambienti attorno ad un cortile, destinato alla lavorazione dei prodotti agricolie ittici. Era un edificio sicuramente dotato di portici. Il secondo, di minore grandezza, sembrerebbe delineare un luogo pubblico, una taberna o un Thermopolium secondo gli archeologi. Gli altri edifici scoperti rivelano almeno sei diverse fasi cronologiche, dall'età arcaica al periodo arabo, tanto è vero che il geografo Idrisi celebra Caronia marina come luogo pescoso, particolarmente adatto alla pesca del tonno. Ci sono tracce di costruzioni antiche che diradano a terrazzamenti dalla collina di Caronia verso il litorale.L'abbondanza di ceramiche e anfore prodotte in loco per la disponibilità di argille plastiche, dimostra che in questa zona venivano convogliate le produzioni di vino, molto rinomato in età romana per il sapore liquoroso e l'alta densità del mosto. Tra gli ambienti recuperati dagli scavi una grande cisterna nella proprietà Barna, utilizzata per scopi idrici ma anche come luogo di sepoltura, e infine i pozzi, i canali e i "depositi" di monete che attestano la ricchezza commerciale del luogo, tanto da divenire zecca monetaria tra il IV e il III secolo avanti Cristo.