Finalmente lo sappiamo: il Colosseo vale 91 miliardi di euro. Molti si sono profusi in battute, ma il gioco è serio e le stime non sono campate per aria. E se il Duomo di Milano è valutato solo 82 miliardi, non ha di che lamentarsi: supera del doppio l'onnipresente Coca Cola. Le valutazioni, compiute dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza, hanno a che vedere non con la vendita dei beni, orgoglio e vanto dell'Italia (per quanto spesso siano abbandonati nella precarietà se appena appena non rientrano nel novero di quelli stranoti), bensì col loro uso quali «testimonial". Piaccia o non piaccia, è vero che molti vanno a Roma per vedere l'antico Teatro Flavio: dal che discende la possibilità di esprimere un apprezzamento quantitativo, poiché il turismo è un fatto economico. Se il vero valore dei beni culturali galleggia in un empireo di imponderabilità, poiché l'arte non è collegabile ad alcunché di utile o funzionale, recentemente si è scoperto che c'è anche qualcosa di assimilabile a un valore d'uso: è questo che sollecita il dibattito divampato quest'estate. Da tempo si dice che i beni culturali sono il nostro petrolio. L'immagine è tanto più accurata se si considera non solo che essi, come l'oro nero, possono attivare una circuitazione economica, ma anche che la storia del territorio italico ha seppellito giacimenti archeologici stratificati di cui probabilmente conosciamo solo una parte, come dimostra il fatto che a volte emerge qualcosa di ignoto in zone insospettate. Un esempio: è di pochi anni fa la scoperta in un terreno agricolo presso Castelleone di Suasa, nell'entroterra marchigiano, di un foro romano di notevoli dimensioni, accanto a cui si sono trovati un teatro, riattivato per rappresentazioni che attirano gli abitanti e qualche turista di passaggio, e un'ampia domus dotata di utensili e ornamenti provenienti sia dal nord, sia dal sud (a dimostrazione che il sito era ben collegato alla rete commerciale). Non è sulle rotte del «grand tour», ma luoghi come questo rendono prezioso il territorio e gli danno un valore che sta al di sopra di qualsiasi calcolo. Fanno fiorire una nuova dignità anche là dove questa appariva appassire, rivitalizzano centri che sembravano destinati all'abbandono, riscoprono il senso di identità e appartenenza in zone che potevano sentirsi ai margini. Valorizzare i luoghi nascosti può dare un nuovo impulso al Paese, ma occorre porre la logica economica in una prospettiva più ampia: è proprio la smania del guadagno a breve termine quel che lo ha danneggiato, portandolo alla situazione attuale, nella quale la Francia e la Spagna lo hanno superato come mete turistiche, sia perché le infrastrutture turistiche non sono competitive, sia perché il territorio è curato poco ed è squarciato dalla speculazione immobiliare. Il sommesso germogliare di nuovi siti dovrebbe suggerire un atteggiamento nuovo. Ben vengano i cartellini che danno un «prezzo» ai "brand» rappresentati dai monumenti: purché l'operazione non si limiti ai soliti noti, ma torni a vantaggio anche dei tanti poco conosciuti. Così l'operazione uscirebbe dalla logica di corto respiro, per acquisire il senso di una ripresa di attenzione verso le molteplici specificità ovunque disseminate, che sono la vera ricchezza del territorio.