Lo Stato, Palazzo Vecchio e i capolavori: diatribe fiorentine Contese tutte targate Leonardo Domenici e la sua giunta. L'ex sindaco, oggi parlamentare europeo del Pd, fu il primo a sollevare la questione del David, affidando nel 2003 ad un legale l'incarico di dimostrare i diritti di Palazzo Vecchio, ma sui giornali finirono anche il braccio di ferro Paolucci-Siliani per due quadri dello Studiolo di Francesco e la richiesta di riportare la Maestà di Duccio di Buoninsegna dagli Uffizi a Santa Maria Novella. Più recente la «comunicazione» dello Stato sulla revoca della concessione a d'uso perpetuo della basilica di Santa maria Novella, provvedimento che fece infuriare Palazzo Vecchio. Nella cronaca e nella «leggenda» del Palazzo si ricorda però ancora la baruffa del settembre di sette anni fa. Antonio Paolucci, allora soprintendente al Polo museale fiorentino, senza neppure informare il sindaco Domenici, decise di togliere due quadri dallo Studiolo di Francesco I, nel Salone de' Cinquecento, per portarli a Palazzo Pitti (proprietà del Demanio) in occasione di una mostra. «Non se ne parla, i dipinti di lì non escono» tuonarono il direttore dei musei comunali Chiara Silla e l'assessore alla cultura Simone Siliani. «I quadri sono dello Stato e li portiamo via», rispose Paolucci e l'11 settembre 2003 lo scontro andò in scena. In Palazzo Vecchio di mattina presto arrivarono gli uomini incaricati dalla soprintendenza di svitare i due quadri dalle cornici dello studiolo e portarli via. Siliani che in una lettera aveva sottolineato «non solo si respinge da parte di codesta soprintendenza ogni forma di collaborazione, ma si ritiene di dover agire senza neppure un minimo di garbo istituzionale e di buona educazione» scuro in volto e quasi incredulo per due ore assistette al lavoro degli operai e alla fine si arrese. «Non posso impedire che le opere siano rimosse da chi ne ha la proprietà spiegò o sarei tacciato di sequestro...». Forse anche per quello sgarbo Palazzo Vecchio l'anno successivo Siliani giocò la carta-Duccio. Chiese il ritorno della preziosa e bellissima pala in Santa Maria Novella (che lo Stato era ben lontano dal riprendersi). Terminati i lavori di restauro della Cappella dei Bardi nella Basilica, infatti, l'assessore Siliani spiegò: «Ormai non ci sono più le condizioni per tenere lontana dalla sua sede naturale l'opera di Duccio di Boninsegna La Madonna Rucellai; sarebbe opportuno che tornasse a Santa Maria Novella. Auspico un momento di riflessione e di confronto anche da parte del soprintendente Paolucci proseguì Siliani perché l'opera è necessaria per completare la ricostruzione filologica dell'intera Basilica». La Madonna dal 1948 è esposta agli Uffizi, ma era stata commissionata per la chiesa e lì rimasta per sei secoli, e Siliani si fece forte della storia (e della volontà del Consiglio comunale), ma senza esito. Intanto, lo Stato si è «ripreso» Santa Maria Novella e sul provvedimento pende il ricorso del Comune al Tar. E chissà che il Buonarroti non faccia tornare d'attualità anche Duccio
FIRENZE - La Madonna contesa e lo scippo di Paolucci
Il testo descrive una serie di controversie tra lo Stato, Palazzo Vecchio e la giunta di Leonardo Domenici. Tra le questioni in discussione, la restituzione di due quadri dello Studiolo di Francesco I, la Maestà di Duccio di Buoninsegna e la revoca della concessione a d'uso perpetuo della basilica di Santa Maria Novella. La controversia iniziò nel 2003 quando Antonio Paolucci, allora soprintendente al Polo museale fiorentino, decise di togliere due quadri dallo Studiolo di Francesco I per portarli a Palazzo Pitti. Il Comune di Firenze si oppose e l'assessore alla cultura Simone Siliani chiese il ritorno dei quadri.
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