Un errore di valutazione, oppure un tentativo di accelerare i lavori di restauro che solo per un miracolo non si è trasformato in una tragedia. E' intorno a una di queste due possibilità che potrebbe celarsi la verità sul crollo avvenuto ieri mattina al palazzo delle Esposizioni di Roma. Per il momento si tratta solo di ipotesi sulle quali sta lavorando la procura che ipotizza il reato di lesioni personali colpose per il ferimento di cinque operai. E il procuratore aggiunto Gianfranco Amendola, dopo aver disposto il sequestro dell'area interessata dal crollo, ha sentito per tutto il giorno i responsabili delle ditte incaricate dei lavori. L'ipotesi che sembra farsi strada è comunque quella di un cedimento provocato da un carico eccessivo di materiale poggiato sul tetto del Palazzo. In particolare 60 quintali di pannelli in cartongesso giudicati una quantità eccessivi per la struttura. Si tratta di una possibilità avanzata dai vigili del fuoco fin dal primo sopralluogo e confermata successivamente dal responsabile del dipartimento prevenzione dell'Asl Rma, Umberto Bacchiarotti, ma smentita in serata dalle due società appaltatrici, la Sac e la Igit: «Non ci risulta accertata - hanno spiegato - la presenza sul solaio in questione di carichi tali da poter provocare il crollo». E' possibile dunque che già dai prossimi giorni sarà possibile arrivare a una ricostruzione definitiva di quanto accaduto. Per il momento sembra intanto esclusa la possibilità che all'interno del «Moma romano» non venissero rispettate le misure di sicurezza previste dalla legge. Il cantiere era stato ispezionato l'ultima volta il 3 febbraio scorso dall'Osservatorio comunale sulle condizioni di lavoro, senza che venisse riscontrata nessuna irregolarità. I lavori, cominciati nel 2003, sono affidati a due associazioni temporanee di impresa, la Sac e la Igit, e a cinque ditte subappaltatrici: in tutto circa 60 operai, molti dei quali stranieri. «Si tratta di un cantiere complesso, molto organizzato, che deve realizzare lavori per 12 milioni di euro», spiegava ieri il direttore dell'Osservatorio, Sandro Cossetto. Al momento dell'incidente sarebbero stati almeno cinque gli operai al lavoro tra il tetto e il primo piano, quello direttamente coinvolto dal crollo. Almeno un paio di loro stavano occupandosi dell'impianto elettrico e del montaggio di alcuni pannelli di cartongesso alle pareti, pannelli che poi sarebbero stati dipinti. Altri due, invece, facevano la spola tra il primo piano e il tetto dove era invece situato l'ultimo operaio. Ed è proprio qui che si sarebbero create le condizioni per l'incidente. Anziché trasportare a mano il cartongesso dal piano terra attraverso le scale, si sarebbe deciso infatti di issarlo sul tetto per poi farlo scendere al primo piano. Un lavoro reso possibile grazie all'uso della gru situata all'esterno del Palazzo. I pannelli, della misura di 2 metri per 1,20, sono confezionati in pacchi da 60 pesanti diversi chili. Un po' alla volta sul tetto ne sarebbero stati caricati circa 60 quintali, anche se collocati in più punti. Una quantità eccessiva, soprattutto per una struttura pensata per sopportare al massimo il peso di una nevicata abbondante. E che infatti poco dopo ha ceduto travolgendo tutto e tutti. «Se non c'è scappato il morto è solo perché, per fortuna, gli operai si trovavano tutti vicini alle pareti e non al centro della stanza», spiega Cossetto. Se la ricostruzione è esatta, come sembra, resta da capire il punto più importante: chi ha dato l'ordine di poggiare i pesanti pannelli sul tetto? Sembra difficile che un ingegnere non possa essersi reso conto dei pericoli di una simile operazione, e comunque l'uso della gru prevede che venga accompagnato da un apposito ordine di servizio. E' stato fatto anche questa volta? Sono due dei punti che ieri il pm Amendola ha cercato di capire.