«Sarà il nostro Moma» aveva detto poco tempo fa il sindaco Walter Veltroni con grande soddisfazione, pronto a regalare ai romani il nuovo Palaexpò sotto l'albero di Natale, con una mega mostra sulla storia del rock, nel segno di Elvis Presley e i Doors, e un'altra dedicata a Henri Cartier Bresson, il guru della fotografia scomparso da poco. 4500 metri quadrati di spazio per le mostre, 2000 per i servizi commerciali, dieci ascensori, punti di ristoro, caffetteria, sala cinema, libreria, teatro, laboratorio per bambini, - questo il progetto dell'architetto Paolo Desideri, vincitore della gara - il Palazzo delle Esposizioni si avviava a diventare un vero luogo multimediale in pieno centro della città fino a che il crollo di ieri mattina ha interrotto il «sogno». 19 milioni e mezzo di euro è la somma che il comune ha investito per reinventare al suo interno un'«architettura della luce» che potesse alleggerire le strutture. A testimonianza che in quella «rinascita» ci si credeva davvero, guardando al Beaubourg o oltreoceano, a giganti americani. Nascosto dalle impalcature fin dal 2002, l'edificio - sulla cui facciata campeggia una promettente clessidra che crea attesa tra gli «spettatori della strada» - deve ora affrontare ben altri problemi e la sua area è stata sequestrata dalla procura. Il Palazzo per l'Esposizione nazionale delle belle arti venne progettato nel 1878 da Pio Piacentini e realizzato nel 1883. È stata una delle prime opere pubbliche monumentali nella costruzione post-unitaria della capitale. Così la storia di questo particolare «centro culturale» ha coinciso a lungo con l'avvicendarsi delle varie edizioni delle Quadriennali. Negli anni Settanta si è «vivacizzato» con esperimenti dell'avanguardia teatrale, con mostre su artisti come Man Ray, con iniziative come quelle dedicate alla new wave polacca. Nei primi anni Ottanta, per incarico di Renato Nicolini, assessore alla cultura del comune di Roma (e poi presidente del Palazzo, ormai trasformatosi in Azienda speciale, dal 1998 al 2001), l'architetto Costantino Dardi elaborò un piano di restauro per dotare l'edificio di moderne tecnologie ma i lavori rimasero incompiuti a causa della morte del progettista stesso. Riaperto nel 1990, il Palaexpò si presentava al pubblico con una nuova anima «multidisciplinare» (mostre video, installazioni, rassegne di fotografia, incontri di poesia e letteratura e retrospettive cinematografiche) ma con un appeal limitato e alcuni «difetti» di ingessatura architettonica: la difficoltà di avere ingressi differenziati a seconda delle manifestazioni, la luce fioca nelle sale, i ristretti spazi degli uffici, insomma aveva bisogno di un restyling che lo rendesse assai più elastico e polivalente. Non certo una voragine al centro di Roma.