HA pensato a una una Biennale raddoppiata, con gli stessi spettacoli a Venezia e a Roma. Il progetto rischiava di arenarsi fra le polemiche. Poi, però, si è trovato un accordo e l'operazione (in collaborazione con il Teatro di Roma) è andata in porto. Nella sua quasi interezza. «Una provocazione forte, contribuirà a far uscire la Biennale dalla sua enclave veneziana. Gli spettacoli di questo Festival non si fermeranno qui , come è avvenuto in passato: andranno anche altrove». Massimo Castri, direttore della Biennale Teatro che comincia oggi a Venezia per andare avanti fino al 2 ottobre (spettacolo inaugurale, stasera alle Tese, La Monaca di Monza di Giovanni Testori con la regia di Elio De Capitani) mantiene comunque, nei confronti delle istituzioni, compresa quella che sta dirigendo da qualche mese, una posizione critica: «La necessità del Teatro dichiarò poco prima di assumere l'incarico veneziano nessuno la mette in dubbio, almeno spero. Anche se in Italia sembra che nessuno la avvverta più. A ben guardare, per il teatro nulla si è fatto, a livello di riforme o di strutture, da almeno sessant'anni. Quando poi constati che non hai più interlocutori in nessun ambito, nemmeno a sinistra, allora significa che non c'è speranza. Non siamo riusciti, per il Teatro, a fare una legge. Non abbiamo agito quando potevamo e ora il Teatro è come un malato terminale: tanto vale che gli stacchiamo definitivamente il cannello e lo lasciamo morire in pace». Ancora: «La Biennale ha settori importanti quali il Cinema o le Arti visive, però il tentativo di far crescere, al suo interno, anche il settore delle arti "dal vivo" non è riuscito. I budget sono risibili, mancano spazi e strutture. Per spirito civico si inventano cose, si tenta di dare dei segnali. Ma tutto rasenta il tragicomico». A seguire, una sequela di prese d'atto di carattere generale: il Teatro non dà ormai segni di vitalità artistica e il pubblico progressivamente lo abbandona; la qualità è scarsa in senso globale, tranne qualche punta; mancano la perizia artigianale e la grande capacità attoriale. Infine, sia pure assieme a forti preoccupazioni sulla sorte degli Stabili pubblici, un barlume di futuro, comunque innervato di pessimismo: «Volendo, la tendenza si può invertire. L'importante è fare, fare sul serio». Già direttore di uno Stabile pubblico, quello di Torino, e attivo in Umbria, a Roma e nelle aree significative, Castri esprime disagi e scontentezze oggi comuni, con le debite differenze, a tutti i teatranti. Altri esponenti degli Stabili a gestione pubblica, Antonio Calenda, ad esempio, direttore del Teatro del Friuli Venezia Giulia (è il fanalino di coda quanto a finanziamenti), concorda sull'esiguità dei sostegni ma invita i teatranti a ri-considerare i tempi: «A un certo punto, di fronte alla gravità della situazione, è dall'interno del teatro stesso che devono venire le risorse aggiuntive. Dobbiamo rimetterci in gioco, aprire all'assemblea del pubblico la riflessione sul teatro in quanto tale e sul bisogno intrinseco che di esso abbiamo, avere il coraggio di tornare ai grandi temi, relativi all'essenza della persona, quelli ai quali nessuno sfugge e che solo la scena affronta nel profondo, "umanamente"». Un altro artista, Gigi Proietti, da sempre legato al teatro privato e attualmente direttore del Brancaccio di Roma, aggiunge fiducia nella possibilità di aiutarsi attendendo che la mano pubblica aiuti: «La sana economia teatrale esiste. Senza uccidere la qualità e senza smettere di esigere il giusto sostegno pubblico alla cultura, la si può costruire. Il rapporto produttivo che non debba sempre vedere bilanci in rosso non è mica un peccato mortale... La gente che va a teatro c'è, eccome». E via raccontando, dal teatro di genere alla ricerca. Con un accento preciso: la qualità può esorcizzare la crisi. Fermi restando lo sconcerto di fronte alle progressive scremature operate sui finanziamenti pubblici e la colpevole assenza di una legge organica di settore. Tornando alla Biennale 2004, Castri ha scelto registi, da Latella a Celestini, da Emma Dante a Barbara Nativi, che fanno parte della rosa dei "nuovi di punta", firme cui la critica guarda e il largo pubblico poco conosce. Gli affermati, da De Capitani a Cherif, a Rodrigo Garcia, non mutano il panorama fortemente "aristocratico" e giovanile del programma. Quanto agli autori, nell'ormai frustratissima attesa che Eschilo o Beckett ce la facciano a reincarnarsi, si va da Testori a Pasolini, da Sarah Kane a Landolfi. «Pasolini e Testori dice il direttore sono le uniche voci che hanno cercato una lingua teatrale forte nel generale silenzio del teatro italiano del secondo Novecento. Cornici ideali al nucleo di autori "inediti" cooptati per fare il resto».
Urla dalla Biennale: la crisi del teatro è dietro l'angolo
Il direttore della Biennale Teatro, Massimo Castri, ha espresso preoccupazioni sulla situazione del teatro italiano, che sembra essere in crisi. Castri sostiene che il teatro non ha ricevuto sufficienti sostegni finanziari e che la qualità artistica è scarsa. Ha anche criticato le istituzioni che gestiscono il teatro, affermando che non si è fatto nulla per riformare o strutturare il settore. Castri ha anche espresso fiducia nella possibilità di aiutare il teatro attraverso la collaborazione con il pubblico e l'ascolto delle sue esigenze.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo