«L'impressione che ho ricevuto arrivando qui è di essere entrato in una cucina dove c'è molta carne al fuoco. Sono tanti i progetti in corso: alcuni, come la Fondazione Museo Egizio, già in dirittura di arrivo, altri, come la Reggia di Venaria, ancora in via di definizione. Il lavoro è tanto, so di certo che non mi annoierò». Mario Turetta si è insediato in questi giorni nel suo nuovo ufficio di direttore regionale per i Beni culturali, a Palazzo Chiablese. A Torino, la sua città di origine, era arrivato in realtà per assumere il nuovo incarico all'inizio di agosto. Ma tra un periodo di nuovo a ' Roma, per prendere commiato dalla segreteria del ministro Urbani, e un po' di vacanza, la missione torinese per lui inizia adesso. Mario Turetta, il suo arrivo coincide con un evento importante: il varo della Fondazione Museo Egizio. Che cosa si aspetta dalla nuova istituzione? «Un'avvenire fulgido, con grandi risorse economiche e umane che lo Stato da solo non era più in grado di assicurare. L'Egizio torinese rappresenterà nei prossimi anni un punto di riferimento a livello internazionale: un po' quello che è stato e continua a essere per le mostre il veneziano Palazzo Grassi. Certo, prima ci sarà un periodo di transizione. Il 6 ottobre, alla firma dell'atto costitutivo dal notaio Marocco, renderemo note le nomine: mancherà solo il nome del direttore, per individuare il quale indiremo un bando pubblico. Il personale del museo poi potrà scegliere se rimanere nello Stato o passare alla Fondazione. Insomma, lo sappiamo: siamo sotto i riflettori, consci di avere fatto tutto il possibile per un museo che guarda al futuro di una città che sta ritrovando una visione strategica. Non mancheranno le difficoltà: ma non c'è nulla che possa cambiare senza creare al contempo disagi». Un altro capitolo importante, come il primo assai caro al ministro Urbani, è la Reggia di Venaria. A che punto siamo? «Intanto c'è una novità: nella primavera del 2005 verrà costituita la fondazione che si occuperà del decollo e della gestione della Reggia: è sarà concepita in linea di massima come quella dell'Egizio. Inoltre stiamo lavorando alla nascita del Centro del restauro: i corsi, che partiranno dal 2005-2006, saranno organizzati di concerto tra Ministero per i beni culturali e Università e porteranno, per la prima volta in Italia, a una vera e propria laurea. Entro la fine di quest'anno sarà pronto l'ordinamento giuridico, che vede anche la partecipazione dell'Istituto centrale del restauro. Per il resto, si continuerà a Venaria pur con aggiustamenti operativi, sulle linee già intraprese: la centralità della vita di corte, le grandi mostre con il coinvolgimento dell'Unesco, la spettacolarizzazione dei giardini, i cavalli». L'ampliamento del nuovo Egizio non potrà prescindere dal trasloco della Galleria Sabauda nella Manica nuova di Palazzo Reale, un altro "tormentone" di cui si parla da anni. Ora sarà la volta buona? «Oggi posso dire che l'80, addirittura il 90 dei problemi è risolto. C'era un nodo ancora da sciogliere con l'Agenzia del demanio, riguardo alla disponibilità degli spazi, in parte ancora occupati dal Nucleo tutela patrimonio dei carabinieri: ma dopo un incontro a Roma con il suo direttore Elisabetta Spitz, tutto si è chiarito. Sarà ora la Regione a dover comunicare le modalità del trasferimento dei suoi uffici da Palazzo reale a una nuova sede: poi si partirà». Il trasloco della Sabauda è uno dei perni su cui si fonda il progetto di un unico percorso museale dalla Porta Palatina alla Cavallerizza, addirittura una sorta di "distretto sabaudo" che attraversi la storia culturale della città. Quel progetto esiste ancora? «Guardi, lo conoscevo, ma occorre che lo prenda in mano e ci rifletta: è una delle cose che mi sono riproposto di fare, per ora non sono in grado di pronunciarmi. Proprio ieri sono passato a piedi davanti alla Cavallerizza, a quell'area ancora in gran parte da recuperare, e ci ho pensato. Credo comunque che quella del "distretto museale sabaudo" sia un'ipotesi suggestiva, che andrà perseguita: anche se sono convinto che il centro non debba esaurire tutte le possibilità di una città, questa anzi deve vivere interamente, anche nelle periferie».