Archivio Vasari, prezzo e firma sono un giallo AREZZO Una firma che, per gli inquirenti, non torna. E proprio per questo motivo l'imprenditore Enrico De Martino, procuratore del defunto conte Giovanni Festari, proprietario dell'archivio Vasari, viene accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato. Al centro degli accertamenti l'archivio finito sotto sequestro della Procura di Roma lo scorso 20 marzo con un provvedimento poi confermato dal tribunale del riesame. «In un eventuale processo il Comune sarà parte civile», chiosa il sindaco Giuseppe Fanfani. Amico di Festari e suo procuratore, De Martino ha firmato il contratto moscovita di vendita dell'archivio. «Il sottoscritto Vasily Stepanov presidente del consiglio d'amministrazione di Ross propone formalmente al signor Enrico De Martino, il quale accetta, l'acquisizione dell'intero archivio offrendo l'importo pari ad euro 150 milioni», sta scritto nella versione definitiva dell'accordo. E sempre De Martino ha firmato anche l'atto con il quale si comunicava alla soprintendenza la vendita dell'archivio ai russi, come spiega la «Denuncia di trasferimento proprietà» che il conte e De Martino spediscono al ministero dei beni culturali e alla sovrintendenza archivistica per la Toscana lo il 9 settembre del 2009. Ma è proprio in quell'atto, accanto alla sua firma, c'è quella del conte Festari: gli inquirenti dubitano che quella firma sia vera dato che il conte era già malato e sarebbe morto di lì a poco. In questi mesi, su ordine della procura di Roma, i carabinieri dei beni culturali hanno perquisito diverse proprietà di De Martino, sequestrando parecchia documentazione finanziaria. Secondo l'ipotesi dell'accusa, il valore dell'archivio sarebbe stato in pratica gonfiato per superare il problema del vincolo, nel tentativo di obbligare lo Stato a comprare ad un prezzo molto alto oppure a farsi da parte, consentendo la vendita alla società russa Ross engineering. Vendita che sarebbe poi potuta avvenire, secondo questa ipotesi, ad una cifra anche decisamente più bassa rispetto ai 150 milioni di euro messi ufficialmente sul piatto dai russi. Non sarebbero stati indagati invece i figli ed eredi del conte Festari, Tommaso, Francesco, Antonio e Leonardo: le loro firme non compaiono in nessun atto. «Il capo di imputazione è legato alla presunta firma apocrifa», sottolinea da Roma l'avvocato Marchetti, legale della famiglia Festari e anche di De Martino. Marchetti ribadisce la disponibilità a dare «ogni chiarimento necessario» e parla «di assoluta trasparenza» da parte di De Martino. Con i russi della Ross Engineering, racconta, non ci sono stati aggiornamenti «è tutto subordinato alla preventiva soluzione dell'aspetto penale dice aspettiamo che si faccia chiarezza e collaboriamo perché si faccia il prima possibile». L'archivio contiene 31 filze di documenti, con autografi di Vasari, lettere (tra le quali 17 di Michelangelo) e corrispondenze con i papi (Paolo III, Giulio III, Paolo IV, Pio IV, Pio V). Quando morì, a Firenze, il 27 giugno del 1574, Giorgio Vasari lasciò la casa di Arezzo agli eredi. Estinti questi, la dimora nel centro della cittadina toscana passò alla Fraternità dei laici e da questi all'esecutore testamentario Spinelli, che la tenne per la famiglia. Nel 1911 lo Stato riuscì ad acquistare i muri della casa, ma non i beni all'interno, che gli eredi Spinelli cedettero ai Festari. Si aprì così una controversia, ma i Festari si videro riconosciuta in appello la proprietà delle carte. Anche se a partire dal 1994 sull'archivio gravano due vincoli: il primo prevede il diritto di prelazione per lo Stato in caso di cessione; il secondo, di pertinenza, rende i beni inamovibili dalla Casa di Arezzo. A spingere il conte Festari a vendere l'archivio, sarebbero stati i debiti, accumulati anche nei confronti del fisco. Equitalia Gerit, la società che riscuote i tributi per conto dello Stato, gli contesta tasse non pagate per circa 700 mila euro, e a marzo di quest'anno, dopo aver ottenuto il pignoramento dell'archivio, lo ha trascinato in asta (prezzo base di 2 milioni 600 mila euro). Asta prima sospesa ma poi confermata dal giudice del tribunale civile di Arezzo. Come se non bastasse proprio l'asta alla quale il ministero dei beni culturali aveva deciso di partecipare con l'obiettivo di acquisire una volta per tutte il bene è stata poi «azzerata» dal provvedimento di sequestro disposto dalla magistratura