Il presidente del Parco: difficile mettere insieme realtà troppo diverse «C'è anche una questione di bilanci: noi chiudiamo in pareggio, altri hanno deficit consistenti» PISA. «Esprimo piena condivisione sulle scelte della giunta regionale di razionalizzare i vari enti di sua competenza, riducendo o addirittura togliendo consigli di amministrazione o indennità». Il presidente del Parco di Migliarino San Rossore, Giancarlo Lunardi, replica così alla proposta del presidente della Regione, Enrico Rossi, di tagliare i consigli di amministrazione e i membri che li compongono che, nel caso specifico del Parco pisano, non percepirebbero più l'indennità, ma soltanto un gettone di presenza di 30 euro a riunione. Il Parco rientrerebbe in un "Unico ente agricolo" che raggrupperebbe l'Arsia, la tenuta di San Rossore, Alberese e altri enti che gestiscono 110mila ettari. Quanto risparmierebbe la Regione col taglio del Cda del Parco? Considerando che il presidente guadagna 1.350 euro al mese netti (1.800 lordi), i 10 consiglieri e i 3 sindaci revisori 600 euro al mese netti ciascuno (meno di 800 lordi), il risparmio sarebbe di circa 12mila euro al mese (144mila euro l'anno). Ma se a Lunardi il taglio dei consigli di amministrazione e delle indennità va bene, non è d'accordo invece sulla costituzione di un unico Ente agricolo. «Per San Rossore l'attività agrozootecnica - dice -, a differenza di Alberese, è una parte importante ma certamente non primaria della sua missione e questo fin dai tempi della gestione della Presidenza della Repubblica. I temi ambientali, paesaggistici e naturalistici hanno la indiscutibile prevalenza, tanto è vero che San Rossore è stato inserito dall'Unione Europea nel Sito di Importanza Comunitaria "Selva Pisana" e dall'Unesco nelle 7 riserve della biosfera esistenti in Italia. A questo proposito è inoltre sufficiente citare la legge parlamentare che ha trasferito San Rossore dal Quirinale alla Regione Toscana per stabilire una corretta scala di priorità. Questa legge ha stabilito che dal bilancio dello Stato sono devoluti alla gestione di San Rossore 2 milioni e 356mila euro, cifra notevolmente più bassa delle spese a suo tempo a carico del Segretariato della Presidenza della Repubblica». Lunardi interviene anche sui conti di bilancio. «San Rossore ha oggi - dice - un bilancio coperto per l'80 da entrate proprie e quindi dei soldi trasferiti dallo Stato soltanto 356mila euro vanno per la spesa corrente e invece 2 milioni di euro servono per gli investimenti finalizzati al mantenimento del patrimonio della tenuta: in questi anni, con i suddetti fondi, sono stati recuperati una infinità di fabbricati e tanti altri sono in previsione». Il presidente Lunardi spiega poi che la gestione di San Rossore da parte dell'Ente Parco è già il risultato di una forte razionalizzazione, «tanto è vero - afferma - che il Parco gestisce l'Ente, la Tenuta di San Rossore, la riserva marina delle Secche della Meloria e in buona parte, l'Istituto per l'Incremento Ippico Regionale». C'è poi un fatto che riguarda più gli enti locali del Parco, che continuerebbe ad esistere a prescindere dalla gestione di San Rossore. «Il fatto è questo - dice Lunardi-: San Rossore chiude il bilancio in pareggio permettendosi, come sopra evidenziato, di investire 2 milioni di euro per la manutenzione dei fabbricati; l'azienda di Alberese chiude il bilancio con un forte deficit (posso sbagliare ma mi risulta che il 2009 sia stato chiuso con 700mila euro di deficit)». Allora cosa accadrà con un "Unico ente agricolo"? Rimarranno i fondi per gli investimenti nella tenuta, a prescindere da chi li gestirà? «Il mio parere - afferma Lunardi - è che la gestione della tenuta di San Rossore da parte dell'Ente Parco, oltre a rappresentare un interessante caso di sussidiarietà verticale, sia la più rispettosa dei valori ambientali e paesaggistici e, fino a prova contraria, la meno costosa per i cittadini». Un po' sconcertato della proposta del presidente della Regione è il sindaco di Vecchiano, Rodolfo Pardini. «Capisco - dice - la volontà di risparmiare, ma le tre realtà che si vogliono unificare hanno peculiarità diverse. Con questo accorpamento viene meno lo spirito stesso della legge per cui i parchi sono nati, soprattutto nei rapporti con i cittadini. Un altro rischio è quello che sia un burocrate da Firenze a gestire politiche diverse tra di loro».