Abbiamo percorso un tour tra i siti archeologici meno noti e abbiamo scoperto gioielli troppo spesso dimenticati per la consueta carenza di fondi Umberto Eco scrive che un patrimonio culturale per essere tale deve poter essere pienamente fruito. E la fruizione fa rima con la tutela dei luoghi, la loro godibilità capace di salvaguardarli e dunque la presenza di servizi ad essi connessi. La gestione, insomma. Il neo del patrimonio archeologico del Siracusano: uno dei più preziosi al mondo oltre che per la straordinaria tipologia anche per la numerosità di siti. Il problema resta sempre la difficoltà di reperire i fondi: la soprintendenza da sola, infatti, non può farcela, nonostante gli sforzi profusi dall'architetto Mariella Muti che ha cercato di razionalizzare le poche somme inviate dalla Regione. Troppo poche anche le unità del personale di custodia che dovrebbero essere triplicate. Basta guardare quanto accade in città: il parco archeologico della Neapolis, con il suo Teatro greco e il suo Orecchio di Dioniso, rimane la meta per antonomasia dei turisti di ogni età e nazionalità, tra bagni pubblici insufficienti e trasporti pubblici inesistenti. Ma Siracusa non è solo quello. Vi sono siti di meravigliosa bellezza e di un valore storico-archeologico incommensurabile che sono fuori dalle «mappe» turistiche più tradizionali: il tempio di Zeus (detto «Le due colonne»), per esempio, fuori dai circuiti consueti e lo scorso anno scoperto anche dopo il tramonto grazie a iniziative della soprintendenza a cui, per la solita mancanza di fondi, non ha fatto seguito null'altro. E poi il Ginnasio romano, a due passi da piazzale Marconi; le mura dionigiane minacciate dal cemento previsto nel nuovo Piano regolatore, e il castello Eurialo, tappe sporadiche di pochi appassionati che sono costretti ad attese estenuanti sotto il sole per un autobus capace di raggiungerli. E ancora, in città, la tomba di Archimede nascosta dalle erbacce, piazza della Vittoria con il santuario di Demetra e Kore la cui esistenza, alle porte del Santuario, è sconosciuta ai più. Le catacombe di Vigna Cassia, Santa Lucia e i tesori sotterranei il cui accesso è ancora disagevole. E la lista s'ingrossa oltrepassando i confini cittadini. Il motivo è sempre lo stesso: pochi soldi. Così mantenere aperto un sito al pubblico diviene sempre più difficile, e la «salute» dei luoghi d'interesse archeologico della provincia sempre più minacciata. Lo abbiamo scoperto facendo un tour per le città: da Leontinoi passando per Megara Hyblaea, poi Thapsos e ancora Eloro, con una tappa nell'antica Akrai di Palazzolo. E abbiamo trovato tesori unici, spesso poco conosciuti agli stessi siracusani, non considerati tra le tappe delle visite turistiche tradizionali e troppo spesso meta elitaria di pochi appassionati. Il viaggio è stato dunque tra occasioni perdute di valorizzazione turistica di luoghi che fanno della provincia aretusea un unicum in Sicilia e in tutta Italia, con tre gioielli Unesco: la necropoli di Pantalica, insieme con Siracusa città, Eloro nel territorio netino e Akrai in quello di Palazzolo. Nell'antica Leontinoi, tra le odierne Lentini e Carlentini, manca ancora il parco archeologico. Nonostante il sito sia una testimonianza eccezionale della colonizzazione greca, fondato nel 729 a.C. dai calcidesi guidati da Teocle, e occupasse due promontori: il colle San Mauro e quello della Metapiccola. Qui sono stati numerosi i tentativi di valorizzazione, i più recenti grazie all'opera dell'Università etnea con il professore Massimo Frasca. E assiduo anche il lavoro di associazioni locali. Sinora, il traguardo più importante rimane l'apertura del museo archeologico, ma Leontinoi non è ancora parte dei percorsi turistici e pecca in termini di servizi: scarsa segnaletica stradale, manutenzione quasi assente e fruizione a singhiozzo. Gli stessi disservizi che connotano un altro tesoro dimenticato: Megara Hyblaea, nonostante il grande lavoro che la soprintendenza, con la responsabile Mariella Musumeci, continua a fare. Fondata dai megaresi che aveva dapprima fatto tappa nei pressi di Trotilon, attuale Brucoli, prese il nome anche dal re siculo Iblone, che concesse ai coloni di costruire la città a forma di semiluna. Dal 1948 a oggi, il sito è stato «occupato» dagli archeologi francesi, George Vallet in testa, che portarono alla luce l'impianto urbanistico e le altre meraviglie di questa cittadina. Oggi raggiungerla è quasi un'odissea: pochi cartelli e nessun servizio, e un antiquarium da rinnovare che la soprintendenza ha già progettato ma che aspetta ancora i fondi della Regione. Meno nera la situazione di Thapsos nella penisola di Magnisi, a due passi da Priolo. Dove la gestione è oggi condivisa dalla soprintendenza con il Comune: un'idea che è risultata subito positiva. E che ha dato nuovo lustro al sito archeologico tra i più importanti della protostoria siciliana, tanto da dare il nome a un'intera facies culturale. Oggi il sito è meta soprattutto di scolaresche che qui, grazie al contributo del Comune, diventano anche baby-archeologi e riscoprono i misteri della necropoli e degli isolati studiati, tra gli altri, dal soprintendente emerito di Siracusa, Giuseppe Voza. Sterpaglie e poca valorizzazione anche per il sito di Eloro, alle porte di Noto. E che dire dei Dolmen preistorici il cui cartello sbiadito fa capolino tra le erbacce lungo la strada che conduce ad Avola? Nulla, appunto. Stendiamo un velo di silenzio. 08082010