Un consiglio d'amministrazione che sia un vero consiglio, non una sala d'attesa delle decisioni del presidente Davide Croff. Un bilancio dal primo all'ultimo degli euro spesi per la Mostra del Cinema «più bella degli ultimi dieci anni». E poi: una bella «registrata alla macchina della Biennale», cui più di qualcuno addebita la responsabilità di gaffe e défaillance dell'ultimo festival, archiviato sabato scorso alla Fenice con una cerimonia noiosa e a tratti imbarazzante. E ancora: un uomo nuovo per la direzione generale, «che sappia di amministrazione, ma che conosca anche tutte le articolazioni culturali della Biennale, e goda di perfetta sintonia col presidente». Insomma, per dirla col consigliere Bruno della Ragione, voluto dal ministro Giuliano Urbani, «una figura capace di una gestione unitaria: i settori della Biennale non devono più essere repubbliche separate», anche se il ministro vedrebbe meglio in quel ruolo un esperto nell'organizzazione di eventi. E infine: l'analisi di un progetto di rilancio della Biennale che lo stesso della Ragione ha pronto da presentare al consiglio. È un menu fittissimo e non poteva essere altrimenti, quello del prossimo consiglio d'amministrazione della Biennale. Il primo che possa tracciare un bilancio della Mostra del Cinema. I consiglieri lo chiedono a gran voce a Croff e il presidente, parlando domenica a Mostra finita, non si tira indietro: «Lo faremo quanto prima». Sul piatto diverse pietanze: dalla serata alla Fenice, «decisa in fretta - spiega il consigliere Franco Miracco - tanto che non avevo nemmeno ben capito si trattasse dell'ultima. L'impressione che ho avuto di tutta la faccenda è che la Mostra sia stata una corsa fatta con affanno e precipitazione. Da qui il fiato grosso riscontrato in qualche occasione». Alla serata di piazza San Marco, con l'anteprima di Shark Tale: «Non avrei immaginato - continua Miracco - di trovarmi di fronte alla scena finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Pensavo fosse un semplice film. La piazza così non deve più essere usata». Fino ai conti: «Abbiamo un presidente con ampia delega e un direttore generale anche lui con ampia delega - spiega della Ragione - che dovranno darci conto del flusso di denaro e di voci di spesa di cui non sappiamo il percorso. Soprattutto per il futuro della nostra funzione. Tutti i conti saranno sottoposti a verifica contabile». Dunque, nulla deve sfuggire: i 60 leoni voluti da Dante Ferretti, il cachet di Sophia Loren per la serata finale - «meno di un decimo di un milione di euro», ha detto Croff - l'ospitalità delle delegazioni. Con l' incognita dei nomi della «macchina» da mandare a casa: se infatti non siamo di fronte agli strali dell'anno scorso, quando le polemiche per il Leone mancato al film di Marco Bellocchio alla lunga costarono la poltrona al direttore Moritz de Hadeln e al presidente Franco Bernabè, quest'anno, per la permanenza del presidente Croff e del direttore Marco Müller, più che il Leone sfuggito a Gianni Amelio a contare sono i «particolari». Al Pacino senza sedia alla sua prima («dovremo analizzare - ha detto della Ragione - che costi ha sopportato la struttura e con che risultati raggiunti»), la disastrosa diretta Rai («si è buttata via un'ora di diretta televisiva», dicono dallo staff del ministro Urbani), i ritardi cronici nella programmazione, i problemi con l'Ibm, proprietaria del software di gestione della biglietteria, cui si è addossata la colpa della débacle del Mercante di Venezia: Ibm si è offesa e Croff domenica ha dovuto precisare: «Nessun problema con Ibm, solo tutto all'ultimo momento». E perfino, sul piatto della bilancia, la cena lunga e poco apprezzata di palazzo Ducale, capace, anche quella, di irritare il ministro. «C'è moltissimo da lavorare sugli aspetti strutturali - dice Miracco - le sedi, i finanziamenti, il personale. Che si comincino ad affrontare queste questioni, finora poco o affatto trattate». In mezzo la proposta di della Ragione, che arriverà sul tavolo del prossimo consiglio: «È un progetto per lo sviluppo della Biennale - dice il consigliere - che le permetterà di collocarsi in un ambito più moderno e di risolvere in parte i suoi problemi economici. Un progetto per tramutare la cultura in flussi economici». Che tradotto vuol dire: rendere redditizia una fondazione che a tutt'oggi non lo è, su modello delle ex fondazioni bancarie. Un progetto, insomma, che potrebbe portare a un nuovo cambio di statuto o alla formazione di una società esterna, in grado di gestire gli utili.