LANZA: "IO E ORLANDO A CASA DEL GATTOPARDO" Un riconoscimento post mortem proprio come capitò al suo maestro per lo Strega. "Francesco non avrebbe voluto pubblicare il suo romanzo in vita ma cambiò idea" Gioacchino Lanza glielo aveva annunciato a Pisa, in occasione di uno dei loro ultimi incontri: «Ero lì per tenere un seminario alla Normale - racconta il musicologo palermitano - e Francesco Orlando si disse felice di ricevere il premio internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa. È morto due settimane dopo che la giuria, da me presieduta, si era pronunciata ufficialmente». A ritirare il riconoscimento, stasera (alle 20,30 a Palazzo Filangeri di Cutò, a Santa Margherita Belìce), sarà Luciano Pellegrini, erede e allievo dello studioso scomparso. Strano destino: allallievo è toccata la stessa sorte del maestro, lautore del Gattopardo, insignito del premio Strega quando già era passato a miglior vita. «Del resto - aggiunge il figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa - Orlando aveva firmato un primo contratto con Einaudi per pubblicare il suo romanzo post mortem. Le cose poi andarono diversamente, dal momento che le informazioni ricevute riguardo alla sua liquidazione di professore universitario si rivelarono sbagliate. Aveva acquistato una casa sul Lungarno, per trasferirvi la sua biblioteca. Per questo decise di farlo uscire in vita, nel tentativo di recuperare qualcosa». Non poteva esserci un riconoscimento più adeguato per uno che si era fatto le ossa frequentando Giuseppe Tomasi di Lampedusa... «Non solo Francesco Orlando frequentò Lampedusa ascoltando le sue lezioni, nel periodo della stesura del Gattopardo, ma ebbe pure modo di leggergli il suo romanzo nella stesura originaria. E va ricordato che Tomasi aveva subito apprezzato le qualità artistiche di Orlando, le sue prime prove letterarie, una raccolta di poesie pubblicata e un testo teatrale dedicato a Don Giovanni. E pure rimase molto impressionato da quello che poi sarebbe diventato La doppia seduzione, in cui è di certo presente la lezione del maestro: si tratta di un romanzo secco, infatti, il cui stile guarda ai modelli di Stendhal e di Chauderlos de Laclos. A tal punto gli piacque da scrivere un commento, di cui è riportato un breve estratto nella quarta di copertina. In origine erano sette o otto pagine di osservazioni e chiose, alle quali Orlando teneva moltissimo». Nella motivazione della giuria, si legge che La doppia seduzione è una narrazione «fatta di allusioni, di pulsioni emozionali, di erotismo represso e inespresso filtrati da una cifra di scrittura elegante e colta». Insomma, un romanzo difficile. È daccordo? «Certo, non è un libro facile, ma se si rilegge, molte asperità spariscono. Si tratta di un romanzo allapparenza estraneo ai luoghi e alle reminiscenze ma in verità la Palermo sulla metà degli anni Cinquanta è il luogo deputato delle traversie psicologiche del protagonista. Il romanzo è così anche una sorta di diario di quello che era Palermo negli anni Cinquanta, con il primo tratto di via Libertà, lUcciardone, il quartiere delle banche. Attraversato però dalla storia di una grande, personale sofferenza, che ne fa anche un testo di passione civile, non tanto per i problemi legati alla repressione, quanto invece per quelli derivati dalla difficile accettazione della diversità. Non un best seller, ma un libro di tenuta e di riferimento». Per voi quello fu un periodo, tra il 1956 e il 57, di eroici furori: cè ancora unaura di leggenda attorno al cenacolo che si venne a creare. È così? «È vero, ci sono in giro leggende metropolitane in proposito, sono stati in molti a dire di avere partecipato agli incontri, ma in realtà si trattò di un gruppo ristretto, con soltanto due persone nel ruolo di discepoli: Francesco Orlando ed io, ed a noi vicini Francesco Agnello, e non più di altri dieci in veste di uditori. Francesco Orlando cominciò a frequentare Lampedusa sulla fine del 1955. Cera in noi lansia della gioventù in trappola, una gioventù minacciata, anche perché il mondo che ci stava intorno cambiava repentinamente. Io provenivo da una famiglia che agli inizi degli anni Sessanta, come molte altre, era passata attraverso la crisi della rendita agraria. Eravamo persone che volevano evadere. Lindolenza antica non era più sostenibile, e Lampedusa non perdeva occasione per spronarci. Parlava a noi dello scacco della propria vita, e sperava di fornici i mezzi che ci avrebbero affrancati dal provincialismo». Cosa vi diceva Lampedusa? «Ci prendeva garbatamente in giro, a volte uscendo anche con una punta iraconda, subito repressa dal suo supremo controllo del sottintenso. Burlava Francesco Orlando, ad esempio, per il suo attaccamento alla palma di Valdesi, la piazzetta in fondo alla discesa, punto di riferimento per i giovani negli anni Cinquanta. Non nascondeva un certo scherno riguardo ad alcune nostre affezioni. Non è un caso che nelle sue ultime volontà, un testo lungo e sofferto, Francesco Orlando abbia espresso il desiderio di far disperdere le proprie ceneri nel mare di Mondello». Come si faceva a rimanere insensibili al fascino di uno scrittore colto e caustico come Lampedusa? «La nostra gioventù fu profondamente segnata dalla sua presenza, e se entrambi abbiamo fatto carriera, lo dobbiamo alla sua didattica occulta. Anche se poi, a un certo momento, ci fu la rottura tra Orlando e Lampedusa, come lo stesso studioso racconta nel suo saggio Da distanze diverse, ripercorrendo il travaglio dellemancipazione dal maestro. Siamo nel 1957, e per Lampedusa fu un episodio spiacevole, direi doloroso». Anche se Orlando non venne mai meno alla lezione del suo maestro, come dimostrano pure i suoi saggi. È così? «Sì, è vero, anche nel corso della sua attività di ricerca scientifica, Francesco ha tenuto conto del fatto di essere stato allievo di Lampedusa. Rivelandosi uno studioso particolare, con una sorta di doppia natura, uno studioso dove linvenzione si accoppia alla scienza, come dimostrano anche i suoi libri di teoria letteraria. Di certo, per profondità ed originalità, la saggistica di Orlando ha una tenuta ed i testi resteranno un punto di riferimento della ricerca». A proposito di libri sempre letti, il Gattopardo continua a non dimostrare affatto la sua età «Ogni anno arrivano tra i quaranta e i sessanta mila euro di diritti lordi, che divido con i fratelli Bianchieri, gli eredi della moglie di Lampedusa. Ma solo il 6, 7 per cento riguarda lItalia. Il resto viene dallestero. Il Gattopardo è il romanzo italiano del Novecento italiano più conosciuto nel mondo. Nel 2008, per il cinquantenario della pubblicazione, lassessorato ai Beni culturali della Regione si mise in contatto con me per un grande progetto. Era la quarta volta nel giro degli ultimi dieci anni. Ed anche questa volta non se fece nulla. Ma Santa Margherita Belice è sempre stata fedele al bambino che scorrazzava un secolo fa nel giardino del palazzo Cutò. Il premio Tomasi di Lampedusa è una realtà».