Un paese nel paese. Anzi, una favela alle spalle del paese. Non in Brasile, alla periferia di Rio de Janeiro, ma a poche centinaia di metri dal centro di Baia Domizia. Si chiama "Pantano", ed il toponimo ricorda che prima della bonifica voluta da Mussolini quella vasta piana era ricoperta dalle acque. Oggi, invece, brulica di abitazioni, tutte rigorosamente abusive e per di più sorte su terreno demaniale. Quante siano effettivamente, nessuno lo sa con precisione: c'è di dice 4mila, chi addirittura 5mila. Perché lì, a Pantano, a partire dalla metà degli anni '80, è accaduto più o meno quello che avveniva nel Far West: la gente arrivava, si sceglieva un pezzo di terra, e fatto il segno della croce decideva che lì sarebbe sorta la propria casa per le vacanze. In principio erano solo catapecchie, con la copertura in lamiera o in amianto. Poi, nella più totale assenza di controlli da parte degli enti preposti (il Comune di Cellole e, in minima parte quello di Sessa Aurunca), quelle baracche hanno cominciato a trasformarsi in edifici in muratura. Percorrendo il dedalo di viottoli polverosi che si snodano per chilometri dalla Domiziana fino alle porte di Baia e fin quasi al Garigliano, accanto ai numerosi tuguri tutt'ora esistenti, ai materassi, agli elettrodomestici arrugginiti, ed agli altri rifiuti ingombranti abbandonati lungo il ciglio, non è raro scorgere villette dotate di tutti i comfort: persino di piscine fuori terra nel giardino. C'è chi, addirittura, ha asfaltato tratti di strada e li ha autocraticamente intitolati.