Nel 2002, a pochi mesi dal suo insediamento, diede alle stampe E tesoro degli italiani ed ecco ora una seconda prova editoriale dopo tre anni da ministro per i Beni e le Attività culturali. La forma scelta è quella di un libro-intervista in cui Giuliano Urbani si racconta conversando con Paolo Conti, giornalista attento da anni ai temi dei beni culturali. Dai primi passi al Collegio Romano dove Urbani ha trovato "un mare di problemi" alle tappe che hanno segnato in questi mesi la politica culturale del nostro Paese, tra tutela di monumenti, paesaggio, cinema, teatro e sport, l'excursus è indubbiamente denso di eventi, molti dei quali costituiti da nuove leggi che fin dal loro primo profilarsi hanno generato polemiche. Minimo comun denominatore del libro è il piglio deciso con cui Urbani difende il proprio operato. Tra i primi vanti richiamati dal ministro è di aver ridotto del 70 per cento i residui passivi delle soprintendenze e di aver messo mano al settore del cinema (suscitando anche qui non poco dissenso). Urbani sorvola sull'argomento Sgarbi, che pure Conti richiama, ma non può sottrarsi al ricordo del capitolo nero della Patrimonio SpA e a quanto ne è seguito fino al famigerato silenzio-assenso sulle alienazioni patrimoniali. Non senza ribadire, peraltro, che «in Italia non ci sarà alcuna dismissione di beni culturali», ma «una tutela di gran lunga superiore al passato». La speranza è che abbia ragione, anche quando, ipotizzando il caso "inverosimile" della vendita di un bene rilevante come il parco nazionale dell'Asinata e del suo ex carcere, assicura che ci sarebbe comunque il Codice a offrire «più di uno strumento di tutela e con estrema chiarezza». Ed è proprio del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio che Urbani parla come di uno dei suoi principali contributi in qualità di ministro, insieme, fra l'altro alla probabile risoluzione della clamorosa vicenda della collezione Torlonia e dopo un intero capitolo dedicato al progetto Agenore. Lasciandosi alle spalle le infuocate discussioni che hanno accompagnato l'iter di elaborazione e quindi di approvazione e promulgazione del Codice, respinge a spada tratta le critiche arrivate da più parti. Anche quelle inerenti temi cruciali come appunto il silenzio-assenso, il nuovo sistema di "giustizia interna" che rende possibile a un qualsiasi privato appellarsi all'interno del Ministero contro l'apposizione di un vincolo, la tutela del paesaggio da molti ritenuta indebolita. Urbani rassicura su tutti i fronti, anche in materia di riforma del Ministero considerata da alcuni eccessivamente verticistica (a tale proposito Italia Nostra ha fatto ricorso al Tar di Ancona che ha rinviato alla Corte Costituzionale il giudizio sulla legittimità del provvedimento) e lesiva dell'autonomia delle soprintendenze. Il ministro smentisce e addirittura, a pagina 84, dichiara testualmente che sarà possibile «riaprire alcuni concorsi». L'entusiasmo induce Urbani anche a qualche appropriazione indebita, come quella del progetto dei Nuovi Uffizi che, gli rammenta Paolo Conti, risale all'era Veltroni. E lo porta a trattare con ottimismo persino la nota dolorosissima della penuria di fondi. Merito della formula del '3 per cento sugli investimenti in infrastrutture che dovrebbe garantire «due miliardi e mezzo di euro in dieci anni con un ritmo di 250 milioni l'anno». Ma il libro è stato evidentemente chiuso prima del grido d'allarme lanciato dal ministro in persona di fronte all'ennesima minaccia di un taglio drastico dei finanziamenti nella prossima manovra. Giuliano Urbani, «Un liberale alla cultura. Polemiche e prospettive», Conversazione con Paolo Conti, Rizzoli, Milano 2004, pagg. 146, 16,00.
Un libro-intervista con Paolo Conti sui primi tre anni alla guida del Collegio Romano
Il libro "Giuliano Urbani, Un liberale alla cultura. Polemiche e prospettive" è un'intervista con il ministro Giuliano Urbani, pubblicata nel 2004. Nell'occasione, Urbani si racconta conversando con Paolo Conti, giornalista, e affronta vari temi relativi alla politica culturale del suo governo. Tra i punti trattati, la riduzione dei residui passivi delle soprintendenze del 70%, la tutela del cinema e il settore del paesaggio. Urbani difende il proprio operato e risponde alle critiche ricevute, come quelle relative al silenzio-assenso sulle alienazioni patrimoniali.
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Bene culturale
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