CUMA Si lasciano alle spalle Baia e Baroli e si costeggia il lago d'Averno, in un panorama ininterrotto di costruzioni abusive, tetti di lamiera, Orti ricavati sul limite della strada e hotel prefabbricati che promettono "Cozze alla Sibilla" e "Pescespada alla Virgilio", tra una selva disordinata di cartelli pubblicitari dove la freccia "Parco archeologico di Cuma" si legge appena, semisepolta tra le indicazioni. Ma per arrivare alle rovine della più antica colonia greca d'Italia, e nella più remota città della Campania, si può anche scegliere di non usare l'auto ma prendere la "Cumana"come suggerisce lo scrittore napoletano Raffaele La Capria, un treno metropolitano che percorre i Campi Flegrei, unisce Napoli a Pozzuoli attraversando le rovine industriali di Bagnoli. «Quello che stupisce dice La Capria è che partendo da Baia o da Bacoli, luoghi affollatissimi, intasati di traffico, dopo 10 minuti ti trovi ai piedi dell'acropoli, in una specie di deserto campestre, con rare case, e in mezzo la collina dove sorgeva Cuma. Poche le rovine, qualche tracciato di mura, qualche colonna, qualche capitello semisepolto.Mail silenzio è vasto, sconfinato, e il luogo è magico. È un luogo parlante, come se spiriti invisibili lo abitassero e il vento lieve li portasse fino a te». Cuma è un parco archeologico defilato, fuori dalle grandi rotte del turismo mondiale di Pompei ed Ercolano, ciò che resta di questa città fondata nel 730 a. e. da un gruppo di coloni greci che arrivavano da Calcide nell'isola di Eubea, è poco leggibile, in cattive condizioni, all'arrivo ti accolgono custodi in canottiera e cani randagi, dietro uno dei gabbiotti d'ingresso cisono, addirittura, dei panni stesi. Eppure, come dice La Capria, Cuma è «un luogo parlante». Centomila visitatori l'anno si spingono fin quassù attratti in buona parte dall'antro della Sibilla, scoperto nel 1932 dall'archeologo Amedeo Maiuri, una lunga e buia galleria di tufo dove come dice la leggenda la sacerdotessa di Apollo profetizzava il futuro in esametri greci. Secondo le ultime teorie in realtà l'Antro della Sibilla, oggi disseminato di escrementi di piccioni e così poco illuminato da essere inquietante per chi lo percorre, non sarebbe altro che un tunnel militare. Nonostante le transenne di tubi innocenti la maestosità delle rovine del Tempio di Apollo rende il senso di quanto Cuma fosse potente nell'antichità, punto di snodo dei traffici verso l'Etruria, il Lazio e la Campania, ma anche meta spirituale per i culti di Dioniso, Demetra, Hera e naturalmente Apollo. Forse più che in altri siti ar-cheologici dove molto è rimasto, a Cuma per capire bisogna evocare, studiare, imparare aguardare. Rileggere Virgilio, che alla città fondata dai greci e in particolare alla Sibilla dedica alcuni versi nel VI libro dell'Eneide, affidarsi ad Omero, che parla di "città degli uomini insigni, Cuma, di cui l'animo è grande e l'intelletto acuto". Raffaele La Capria, ottant'anni, a Napoli ha dedicato gran parte delle sue opere. Cita Norman Douglas, viaggiatore del Grand tour. «Douglas diceva che Napoli è come un'anfora pescata dal fondo del mare piena di incrostazioni, però chi ha l'occhio giusto riesce a vedere la forma antica. Le incrostazioni sono naturalmente tutte le deturpazioni del territorio. Nel mio libro "L'occhio di Napoli "ho scritto che Omero e Virgilio sono i numi tutelari di questo golfo. La parte virgiliana è quella delle caverne e del tufo, della campagna che arriva al mare, e dunque Po-sillipo, i Campi Flegrei, il lago di Averno, Cuma e l'antro della Sibilla, tutti luoghi descritti perfettamente nell'Eneide, cosi come sono. Omero e Virgilio sono anche un modo di vedere questi luoghi, se vedere non è solo il senso della vista ma anche cultura trasmessa in modi vari e imprevedibili alla retina dell'occhio che guarda». Perché per La Capria non si può capire un sito archeologico come Cuma se non si comprende «il legame ininterrotto tra Napoli e il mondo antico, con la città greco-romana». «Questo si sente andando in giro, è lo spirito del luogo che lo suggerisce, e non solo per le vestigia e i monumenti, ma anche per la vita che c'è intorno, per la gente dei vicoli che ricorda, nelle credenze e nei comportamenti perii culto dei morti, le abitudini, le superstizioni, la gente che popolava le città come Alessandria o Costantinopoli, Ninive o Babilonia». Salendo a Cuma è tutto questo che bisogna immaginare, tra la città bassa e la città alta che si affaccia su un tratto di campagna verdis-simo che scende fino al mare, un pezzo di costa stupendo attraversato da una ferrovia e miracolosamente salvato dal cemento, anche se poi si scopre che proprio quel pezzo di mare è vietatissimo alla balneazione, perché lì sfocia il depuratore di Cuma. Cosi La Capria racconta la sua visita: «La sorpresa più grande è proprio quella che ci accoglie quando entriamo nella cinta della città. Ai piedi dell'acropoli c'è il famoso Antro della Sibilla. È quello descritto da Virgilio, proprio quello. Si entra in una grotta tagliata nel tufo, con una volta trapezoidale che si snoda sotterraneamente come gli anelli di un cannocchiale, e la luce che viene dalle aperture laterali provoca questo effetto. Tu cammini e anche qui hai la sensazione di una presenza, ti sembra di sentire il grido rauco della Sibilla, perché è proprio Fi dove ora posi lo sguardo, su quel sedile, che lei attendeva il visitatore. Quando esci e ritorni al mondo di oggicommenta La Capria e una macchina ti porta in pochi minuti nella confusione del traffico, ti sembra di arrivare da un passato lontano, mitologico, sepolto, che qui per miracolo è ancora vivente».