Da domani prenderà il via la nona edizione della Biennale Architettura a Venezia. Tema portante, articolato ai Giardini e allo spazio dell'Arsenale, le grandi trasformazioni che hanno decretato lo stato permanente di crisi dell'architettura. Una grande esposizione di progetti per tastare il polso a una disciplina che si presenta sempre più come un sofisticato artefatto concettuale Vista l'estensione e la densità della nona mostra di architettura della Biennale conviene prima di tutto cercare cosa c'è e com'è distribuito. Giardini e Corderie sono organizzati come percorsi paralleli, entrambi finalizzati a dare sostanza all'idea guida della mostra, cioè che l'architettura sia andata incontro negli ultimi decenni a una «metamorfosi» radicale e irreversibile. Ai Giardini si trovano il Padiglione Italia, cuore tradizionale delle mostre d'arte e di architettura, e la sequenza dei padiglioni nazionali, che generalmente rispondono, attraverso il lavoro di un loro curatore, al tema generale dell'esposizione. Quest'anno Kurt Forster, direttore elvetico-americano del settore, ha dedicato il Padiglione Italia a una specie di introduzione alla mostra. Lo spazio centrale è dedicato ad alcune grandi installazioni destinate a dar forma all'idea che la metamorfosi subita dall'architettura negli ultimi vent'anni non è che l'ultima delle grandi e irreversibili trasformazioni che l'hanno investita dal rinascimento ad oggi. Armin Linke, raffinato fotografo, espone filmati panoramici di luoghi e situazioni del tutto prive di architettura. Massimo Scolari torna su uno delle sue vecchie ossessioni - la torre di Babele - e ne rappresenta il crollo (forse non irreversibile); Peter Eisenman, forte di un ego architettonico senza pari, interpreta alla lettera il tema di Forster e riassume tutte quelle che considera le grandi «pieghe» della storia dell'architettura (palazzo Chiericati, Piranesi, Palladio, il suo proprio lavoro) dentro un suo iperprogetto a cinque strati. In entrambi i casi i risultati sono piuttosto inquietanti - l'opera di Eisenman è incomprensibile senza lunga e adeguata spiegazione, quella di Scolari è fin troppo didascalica - ma il processo che porta a raggiungerli piuttosto chiaro. Territori domestici Nell'ala orientale del palazzo troviamo Notizie dall'interno, l'unica mostra ufficialmente riservata agli italiani «in attività», curata da Mirko Zardini. Di tutto ciò (o meglio del poco) che accade in Italia in termini di architettura Zardini sceglie di esporre una fitta sequenza di soluzioni, immagini e progetti riguardanti l'architettura degli interni. Dove gli interni non sono ovviamente più i disegni di spazi e oggetti sofisticati e radicali dei Domestic Landscapes di vent'anni fa, ma esperimenti di tecnica di sopravvivenza del progetto in cui ognuno lavora per sé, in cui non sono riconoscibili tendenze, interazioni reciproche, in cui gli architetti sembrano ripartire «da dentro» perché fuori nessuno lascia loro la possibilità di fare nulla di importante. Come nel caso di Forster e della mostra principale, Zardini sembra utilizzare il lavoro degli architetti come pura argomentazione interna a un saggio critico profondo e sofisticato. Ma, mentre Forster lascia intravedere una certa eccitazione per la «metamorfosi» che documenta, Zardini sembra volerci restituire una lettura più pessimista che non lascia nessuna speranza all'architettura. Almeno alla nostra. Il percorso interno al Padiglione Italia (un po' scomodo, inevitabilmente penalizzato dalla rigidità di un edificio che bisognerebbe demolire prima possibile) si conclude con una lunga esposizione di progetti di sale da concerti, considerati da Forster come esempi lampanti delle nuove tendenze architettoniche, fondate sull'inatteso, sulle geometrie impossibili, sull'ostilità assoluta a ogni forma di «realismo» edificatorio. Si tratta soprattutto di una lunga sequenza di modelli grandi e sorprendenti, figli di elaborazioni sofisticate e software efficientissimi, che suscita reazioni altalenanti, a volte di curiosità e meraviglia per le soluzioni ardite, altre di sorpresa negativa per il fatto di ritrovare progetti e immagini già viste in precedenti edizioni della Biennale. Passando ai padiglioni stranieri, il primo sguardo rivela la presenza di atteggiamenti diversi riguardo al tema proposto da Forster. Alcuni, come gli americani, gli inglesi, i nordici, accettano l'impostazione che affida alla «forma» e alla volontà espressiva dell'edificio il ruolo di contenuto quasi esclusivo dell'architettura contemporanea. Altri, ovviamente gli olandesi, i tedeschi, i francesi, i coreani e molti altri, insistono invece sul tema della città, sulla dissoluzione delle concezioni urbane tradizionali, sulla necessità di metamorfosi disciplinari più che di meta-morphing. Altri ancora, nella migliore tradizione della biennale, usano lo spazio per informare con semplicità il mondo sullo stato della loro architettura o sulle ricerche dei loro progettisti più giovani. Fanno così gli inglesi - il padiglione è curato da Peter Cook, gli spagnoli, i croati di Helena Nijric e altri ancora. Diversi da tutti, come al solito, i giapponesi, che raccontano l'evoluzione affascinante del fenomeno dello stile di vita otaku (una specie di sociodepresso contemporaneo). La mostra apre al pubblico domenica, e lo sguardo che abbiamo potuto gettarvi non consente altro che il racconto di una prima impressione critica, ancora molto di superficie. Allo stesso tempo, però, non sembra troppo difficile mettere in evidenza alcuni temi critici del lavoro dei curatori e indovinare quali saranno gli argomenti su cui più si accanirà la discussione. Il curatore è un critico di rango, da cui è lecito aspettarsi qualcosa in più oltre alla grande inevitabile e opprimente rassegna di attualità universale che la Biennale deve fare (o almeno crede di dover fare). La mostra ha infatti qualche livello più interno di lettura, nel quale Forster sembra voler prendere posizione su alcuni temi importanti. L'allontanamento dalle forme consolidate dell'architettura moderna - sembra voler affermare - non è un puro fenomeno di gusto sottoposto agli andirivieni della moda, ma il segno di una trasformazione senza ritorno che colloca definitivamente l'architettura «maggiore» in un area concettuale e materiale un po' più lontana dalla vita quotidiana, accessibile a committenti a budget illimitato, indifferente alle difficoltà della vita urbana contemporanea. I progettisti, se vorranno, avranno altri argomenti per aprire un dialogo con gli «utenti»: il paesaggio che attraversa indifferente l'esterno e l'interno degli edifici, le nuove tecnologie, le nuove concezioni sullo spazio dell'abitare, del lavoro, delle relazioni. Il padiglione degli intoccabili La discussione su questi temi è già molto intensa, e il successo «di critica» della Biennale si misurerà sulla capacità di polarizzare e dar vivacità e chiarezza a questo dibattito. Altro tema «difficile» sarà, come al solito, quello della partecipazione italiana. Nella mostra di Forster, oltre all'installazione di Scolari e all'incomprensibile presenza di Bellini, compaiono solo gli untouchable Piano, Fuksas e Andrea Branzi, che presenta un progetto di auditorium fatto con Toyo Ito. La mostra di Zardini, più che una lista di progettisti, mette in fila una serie di immagini necessarie a illustrare un pensiero sofisticato e interessante, ma certo non sufficienti - cosa di cui Zardini è più che cosciente - a dare notizie sulla situazione dell'architettura italiana. Inevitabilmente, a questo punto si tornerà a discutere sulla possibilità di nominare - oltre al curatore generale - uno specifico responsabile per il padiglione italiano. Destano ovvia preoccupazione i nomi che potrebbero saltare fuori in questo momento politico e culturale, ma certamente è un'ipotesi che aiuta a rendere chiaro l'atteggiamento della Biennale nei confronti dell'architettura italiana. Per ultimo l'allestimento, che ribalta la situazione rispetto al design «funzionalista» dell'edizione Sudjc e torna a un presenza forte, che sfiora deliberatamente il conflitto con gli spazi e con i materiali espositivi. Conflitto che si riscatta parzialmente con una fascinosa (e faticosa) soluzione «navale» alle Corderie, ma che appare un po' goffo nella grande pista da skateboard che accompagna il percorso verso il padiglione Italia. Per chiudere i premi più importanti: il leone d'oro alla carriera, decisamente nell'aria, a Peter Eisenman; quello per l'architettura a Kazujo Sejima, quello al padiglione ai Belgi, autori di una mostra molto politically correct su Kinshasa e sul paesaggio urbano contemporaneo in Africa.
il manifesto
11 Settembre 2004
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