Giuliano Urbani racconta la sua ormai triennale esperienza di ministro dei Beni Culturali. Lo fa con diplomazia. Senza mai lanciare strali polemici. Senza frecciate per nessuno. Elenca i risultati raggiunti, le difficoltà incontrate, restando rigorosamente, quasi ostentata-mente super partes. Lo fa in un libro appena uscito da Rizzoli, dal titolo Un liberale alla cultura, sotto forma di una lunga intervista all'inviato del Corriere della Sera Paolo Conti. Il volume parte dagli esordi dell'esponente di Forza Italia nel dicastero di via del Collegio Romano. Urbani racconta che, nel 2001, quando nacque il secondo governo Berlusconi, il Cavaliere pensava di affidargli la Pubblica Istruzione. Lui rifiutò, perché, in quanto professore universitario, temeva di non potere lavorare col sufficiente distacco. Arrivato ai Beni Culturali, però, si trovò subito a che fare con grane non piccole. L'assenza di soldi, anzitutto. E qui venne la scoperta: c'erano ben 900 milioni di euro ottenuti sotto la gestione dì Giovanna Melandri rimasti inutilizzati. Tremonti fu chiarissimo, e disse a Urbani che il ministero non avrebbe avuto un centesimo fino a che non avesse speso i fondi giacenti. Urbani non se la prese con il collega: «Siamo restati sempre amici». E, del resto, «tagliare le spese era il suo mestiere». Poi, a rendere più difficile il lavoro, c'era la legge Merloni, che garantiva l'aggiudicazione degli appalti per i restauri di monumenti e opere d'arte alle ditte che avessero offerto il prezzo più basso. Un fatto disastroso, secondo Urbani, un provvedimento (oggi modificato) che affidava il patrimonio artistico in mano a restauratori spesso incompetenti. C'è, nella gestione Urbani, un altro capitolo spinoso: Sgarbi. Ma neanche qui il ministro si lascia andare alla polemica. «Stendiamo un velo», risponde alle incalzanti domande di Conti. E aggiunge: «È stato un passaggio doloroso per lui e per me». La diatriba fra il ministro e il suo ex sottosegretario, che per tanto tempo ha occupato le colonne dei giornali, si smorza. Come pure si stempera in un rammarico il grande equivoco della nascita di "Patrimonio spa", quando molta stampa straniera, equivocando, accusò il governo di volere vendere addirittura il Colosseo. Fra i risultati di cui Urbani va più fiero, e di cui da ampio resoconto, troviamo il rilancio della Biennale veneziana e della Quadriennale di Roma, della Mostra del Cinema e il progettato Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo. Sarà tutto oro quello che luccica? Forse, a chiarire la filosofìa del ministro Giuliano Urbani, allievo di Norberto Bobbio e, come ministro, dei predecessori Spadolini e Ronchey (ma anche della Bono Parrino), basta una frase all'inizio del libro: «Il mio è un compito istituzionale, non un incarico di partito». Istituzionale, appunto, come le risposte date in questo libro.
Urbani e la sua vita istituzionale
Il libro "Un liberale alla cultura" di Giuliano Urbani racconta la sua esperienza di ministro dei Beni Culturali dal 2001 al 2004. Urbani descrive le difficoltà incontrate, come l'assenza di fondi e la legge Merloni che garantiva l'aggiudicazione degli appalti per i restauri di monumenti e opere d'arte alle ditte che offrivano il prezzo più basso. Il ministro non si lascia andare alla polemica, anche nei confronti di personaggi come Sgarbi. Urbani è fiero dei risultati raggiunti, come il rilancio della Biennale veneziana e della Quadriennale di Roma, della Mostra del Cinema e il progettato Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo.
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