Da una parte, difensori della proprietà pubblica dei beni culturali; dall'altra, sostenitori della privatizzazione di una parte dei beni culturali. Chi ha ragione? I sostenitori della tesi "pubblicistica" non considerano almeno due aspetti. Primo: che lo Stato è spesso assente e che esso frequentemente sperpera risorse. Lo dimostrano le esperienze concrete. Le partecipazioni statali nacquero come sistema innovativo ed efficiente, si ammalarono poi di gigantismo e finirono preda dei partiti. La scuola ha svolto un ruolo sociale fondamentale, finché non ha cominciato a perdere la sua missione, diventando più un posto per dar lavoro a insegnanti che un luogo di formazione. La sanità, nata bene, si è trasformata in un posto dove si fa carriera per meriti di partito. Quanti beni culturali, affidati alle mani dello Stato e non sono accessibili vanno in rovina? Tutte queste esperienze dovrebbero insegnare a diffidare dalle facili generalizzazioni sulla bontà dello Stato. Secondo: una buona parte del patrimonio è in mano privata e, dunque, non basta invocare lo Stato. Poiché è irrealistico espropriare i privati, il rimedio sta in una buona disciplina di tutela, che consenta la salvaguardia per la fruizione collettiva anche di questi beni. All'opposto, chi punta sui privati non si sofferma su due altri argomenti, che sono importanti. Innanzitutto, non tutti gli usi privati dei beni culturali sono compatibili con i due valori essenziali da salvaguardare, la conservazione dei beni e la fruizione collettiva. In secondo luogo, i beni culturali, per la loro preservazione, gestione e valorizzazione, richiedono una ingente quantità di risorse: i privati, sia in veste di mecenati, sia come imprenditori, non potranno mai sopportare da soli il finanziamento di spese così ingenti. Un ragionamento come quello ora accennato conduce ad alcune conclusioni, che vorrei provare a indicare. In primo luogo, è bene evitare di partire dallo statuto proprietario dei beni. Il punto di partenza più corretto è quello della Costituzione, che tutela il patrimonio storico e artistico, indipendentemente dalla sua appartenenza alla sfera pubblica o a quella privata. In secondo luogo, è importante seguire l'insegnamento della Corte costituzionale, che, ha stabilito fin dal 1986 la prevalenza del valore culturale su altri valori e interessi, per quanto riguarda la proprietà di beni culturali. In terzo luogo, è consigliabile puntare su quell'assetto di interessi che, indipendentemente dalla spettanza del titolo proprietario, assicuri la salvaguardia dei due scopi fondamentali, che sono la conservazione e il godimento dei beni culturali da parte di tutti. Infine? una volta fissati questi criteri, che riguardano la sostanzii (il rispetto dei valori e l'equilibrio degli interessi) e non la forma (chi è titolare della proprietà), si chieda a poteri pubblici e a privati di collaborare, ognuno con i suoi scopi, perché maggiori sono le forze e le risorse, meglio è per il patrimonio culturale. Uno dei nostri maggiori giuristi, che ha dato un contributo non piccolo alla nascita e allo sviluppo del ministero dei Beni culturali, ha scritto, nel 1963, che le «cose d'arte» private sono da considerare come beni di proprietà divisa, perché oggetto di due diritti dominicali, l'uno del privato, l'altro dello Stato. I beni culturali privati scriveva Massimo Severo Giannini , con la dichiarazione e il vincolo, si vedono attribuita dallo Stato una qualità dalla quale discende che le facoltà di uso sono limitate, che vi è obbligo di conservare il bene nella sua integrità, che esso è assoggettato al pubblico godimento, che lo Stato può acquistare coattivamente il bene, che i proprietari sono sottoposti a poteri di ordine dello Stato eccetera. È da queste dimenticate osservazioni che mi pare possa riprendere il discorso sui beni pubblici chi voglia uscire dalla illusoria e ideologica contrapposizione tra pubblico e privato.
Sui beni artistici vigila attentamente la Costituzione
Il testo discute la questione della proprietà dei beni culturali, esaminando due prospettive: la difesa della proprietà pubblica e la sostenibilità della privatizzazione. I difensori della proprietà pubblica sostengono che lo Stato è spesso inefficace e sprecatore di risorse, mentre i sostenitori della privatizzazione sostengono che la buona disciplina di tutela può garantire la salvaguardia dei beni culturali anche per la fruizione collettiva. Il testo propone di evitare di partire dallo statuto proprietario dei beni e di seguire l'insegnamento della Corte costituzionale, che ha stabilito la prevalenza del valore culturale su altri valori e interessi.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo