Nel 1938, in pieno regime mussoliniano, il giovane critico d'arte riesce a fermare con il contributo dei soprintendenti e degli esperti, la deriva del podestà di Forlì sulla mostra dedicata al pittore Melozzo degli Ambrogi. Un episodio inedito nella storia dell'ex sindaco Nel 1938 Giulio Carlo Argan ha appena 29 anni. Torinese, ha studiato storia dell'arte con Lionello Venturi, uno dei primi a sostenere in Italia l'astrattismo e uno dei pochi cattedratici che hanno rifiutato, nel 1931, il giuramento di fedeltà al regime fascista, emigrando prima in Francia e poi stabilmente negli Stati Uniti. Inoltre, Argan, nella città di origine, ha frequentato cattive compagnie: i suoi coetanei Vittorio Foa e Massimo Mila (del gruppo clandestino di Giustizia e Libertà) sono infatti in carcere o al confino da qualche anno, assieme al più anziano Franco Antonicelli, dopo la delazione di una singolare spia dell'OVRA, lo scandaloso scrittore Pitigrilli. Lo stesso giovane storico dell'arte sarà tenuto sotto sorveglianza, per anni, dalla polizia segreta fascista incaricata di reprimere ogni opposizione al regime. Eppure il giovane Giulio Carlo Argan è diventato in pochi anni, assieme al toscano Cesare Brandi, uno dei collaboratori di fiducia del ministro dell'Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai. In quello stesso 1938, Forlì, città natale di Melozzo degli Ambrogi, celebra i 400anni dalla nascita con una grande mostra sul pittore degli angeli e il suo tempo. Il Ministero ne ha incaricato la Soprintendenza alle Gallerie di Bologna dove col professor Carlo Calzecchi Onesti collaborano i men che trentenni ispettori Luisa Becherucci, poi a lungo direttrice della Galleria degli Uffizi, Cesare Gnudi, futuro straordinario soprintendente a Bologna e studioso di prim'ordine, e Carlo Ludovico Ragghianti, presto storico dell'arte apprezzato e polemico (Gnudi e Ragghianti prenderanno entrambi parte attiva alla Resistenza con Giustizia e Libertà). Questo per dire il livello delle Soprintendenze di quegli anni. Eppure del Ministero in cui lavorano, con Argan e Brandi, due giovani di bottega quali Antonio Giolitti e Vasco Pratolini. Inoltre il consulente principe della esposizione su Melozzo è Roberto Longhi, un grande maestro, all'epoca in cattedra a Bologna, dove ha avuto o ha per allievi, fra gli altri, Francesco Arcangeli, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, Augusto Frassineti, Alberto Graziani, una autentica scuola. Senonché Forlì, nel XVI dell'era fascista, è qualcosa di più di un capoluogo romagnolo di provincia. Di fatto, d'estate, la sede del governo si trasferisce da Roma alla vicina Rocca delle Caminate, sopra Predappio, patria del duce. Inoltre la stampa dell'epoca presenta la mostra come una formidabile celebrazione del generoso figlio di Romagna che, onestamente, assomiglia assai più a Mussolini che non a Melozzo. Annusando l'aria, lo storico dell'arte, nonché pittore e amatore musicale, l'imolese Rezio Buscaroli, fascista convinto, spinto dal podestà di Forlì, Fantini Panciatichi, comincia a premere su Roma affinché l'esposizione diventi sempre più mastodontica. Egli chiede, a colpi di lettere e di telegrammi, che nuovi pittori vengano inseriti nella cerchia di Melozzo (che era stato, soprattutto, pittore di affreschi, anche nella sua città, con lo splendido ciclo di San Biagio purtroppo verrà distrutto a fine '44 da bombe aeree tedesche). Finché il soprintendente bolognese Carlo Calzecchi Onesti non si stufa, si ribella, prende carta e penna, e sbotta: siamo persone non bisognose di cure psichiatriche ... Ma Buscaroli e Fantini Panciatichi continuano nelle loro pressioni, forti della romagnolità del duce. A questo punto, dall'ufficio del ministro Bottai, il ventinovenne Giulio Carlo Argan mette per lettera alcuni punti fermi: l'autorità scientifica di Roberto Longhi è fuori discussione, essa è tanto superiore alla mia ed è potenziata dalla sua qualità di consulente tecnico della Mostra . Argan così prosegue: "Ritengo che il progetto della Soprintendenza sia criticamente perfetto , ispirato al più assoluto rigore scientifico". Il giovane storico dell'arte difende con rigore l'operato del suo Ministero: giudicare - come fa Rezio Buscaroli in una lettera - l'atteggiamento conciliativo di Roma come "impossibilità d'ingerenza o come agnostica indifferenza al problema, ti dirò francamente ch'essa mi pare non meno arbitraria che irrispettosa, del resto i fatti l'hanno già confutata". Il Ministero "può cercare di venire incontro ai desideri degli ambiti locali, sempre che non ne sia compromessa la dignità scientifica delle Manifestazioni". Chiaro e netto. Giulio Carlo Argan (l'intero carteggio è conservato nella bella Biblioteca Civica di Forlì) preannuncia una lettera del consulente Roberto Longhi. Questi, in due fogli manoscritti, ribadisce alcuni concetti certamente poco graditi ai gerarchi forlivesi. A suo avviso, il professor Buscaroli ha male bruciato le tappe ricorrendo improvvisamente a Roma, invece di attendere le comunicazioni per il tramite della Soprintendenza, cui il Ministero (con un diritto dal quale non potrebbe mai abdicare) ha affidato la direzione tecnica della Mostra . Entrando nel vivo delle pressanti richieste di Rezio Buscaroli, Roberto Longhi precisa: "Di un particolare poi io La prego di prendere nota e cioè che io ho aderito alla Sua insistenza a proposito di Bitino (da Faenza, n.d.r.), non ho già, con questo, inteso approvare in sede strettamente critica tale inclusione, ma piuttosto di coprire, almeno con l'occasione della buona qualità artistica di Bitino, un errore già avvenuto (e non certo per volontà della Soprintendenza) con l'ammissione di Giovanni da Riolo". E conclude seccamente: "Per il riguardo critico, mi preme anzi di esprimerle in tutta lettera che, ove fosse stato in mio potere, io non avrei inscritto alla Mostra né l'uno né l'altro artista. Anzi, se lo spazio risultasse insufficiente, sarebbe buon avviso procedere alla eliminazione di quei due autori, spiritualmente affatto anacronistici". In conclusione, sia il ministeriale Argan che l'universitario Longhi - ma il primo, certo, da una posizione politicamente più delicata - fanno argine in modo netto alle pretese politiche del Fascio di Forlì (all'epoca piuttosto potente) avanzate con arroganza tentando di raggiungere direttamente Palazzo Venezia. Nell'anno XVI dell'era fascista non era facile né senza rischi difendere in questi termini i diritti della storia dell'arte e degli organismi tecnico-scientifici dall'invadenza della politica. Non lo è oggi. Figuriamoci allora. Anche se Giuseppe Bottai era certamente più colto e consapevole di Sandro Bondi. Alla luce di questa storia, si comprende meglio sia la statura scientifica dei principali protagonisti, sia la loro dirittura morale. Alcuni di loro avranno, non a caso, un impegno intenso e coraggioso nell'antifascismo attivo e nell'Italia repubblicana. Argan sarà, nel 1976, il sindaco, come indipendente di sinistra, della prima giunta rossa (Pci-Psi-Psdi) al Campidoglio, per tre anni, e, in seguito, senatore comunista nella IX e X legislatura, svolgendo un ruolo fondamentale nell'approvazione della legge Galasso sui piani paesaggistici del 1985. Ma torniamo al 1938. Solo per notare come, nel rivolgersi a Buscaroli, Roberto Longhi usi il lei e Giulio Carlo Argan un pi confidenzùiale tu. Nessuno dei due si sogna di usare il voi che pure il regime mussoliniano prescriveva con puntiglioso zelo, da parecchi anni.
l'Unità
31 Luglio 2010
L'argine di Argan alle pretese politiche del Fascio di Forlì
VI
Vittorio Emiliani
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