"Nei prossimi anni, saranno in media 180 milioni i cinesi che usciranno dal loro Paese per turismo. E noi rischiamo di perdere anche questa grandissima occasione». Dopo aver lanciato il suo grido di dolore di mezza estate sul taglio dei finanziamenti ai Beni Culturali e paventato la chiusura degli Uffizi, il ministro Giuliano Urbani torna alla carica. Per scongiurare uri altro rischio e spingere il governo a non procedere con una politica di pannicelli caldi, ma piuttosto a varare un vero e proprio piano di rilancio incentrato sulle nostre ricchezze monumentali e artistiche. E sulle sinergie tra patrimonio culturale, turismo e made in Italy. «Nel mondo noi abbiamo il primato assoluto in un solo settore - spiega Urbani - quello della cultura. Una logica economica spingerebbe a sfruttare appieno questo potenziale, cosa che finora non avviene». Altro che sfruttare appieno: il governo con la manovra di luglio ha decurtato i finanziamenti ai Beni Culturali del 25 per cento... Dopo la sua protesta, ha colto segnali di ripensamento? «Sì, mi pare che ci sia un accordo generale tra i ministri e tra i partiti per restituire con la Finanziaria quel che era stato tolto al mio ministero. D'altra parte, basta guardare i numeri per rendersi conto che i tagli alla cultura sono tagli al futuro del Paese». Quali numeri? «Quelli che si riferiscono ai flussi turistici di questa estate. La stagione non è andata bene, con flessioni nelle presenze del 2-2,5 per cento rispetto all'anno precedente: l'unica voce che ha segnato un attivo, il 5 per cento in più, è stata quella delle città d'arte. Tanto che nel 2004 il turismo culturale rappresenterà l'l,3 per cento del Prodotto interno lordo, a fronte di una spesa pubblica dello 0,17 : quale altra attività economica può vantare la creazione di una ricchezza sette volte superiore a quella investita?». Tuttavia i Beni Culturali non sono fra i settori esentati dal tetto di spesa del 2 per cento fissato dalla Finanziaria per il prossimo anno. «Ma a noi il tetto va benissimo. Grazie a nuove fonti di finanziamento, quali ad esempio l'Arcus s.p.a. e la riforma che stiamo attuando degli atti di liberalità, donazioni e così via, i soldi li abbiamo. L'importante è che non ci vengano sottratti. E che parte dei capitali risparmiati con il tetto alle spese dei ministeri venga investito nel progetto al quale sto lavorando e che chiamo "Choose Italy", scegli l'Italia». In che cosa consiste? «E' un grande progetto economico che delinea un futuro preciso per il nostro Paese e che si basa sull'assunto che il patrimonio culturale italiano è unico al mondo. E che quindi va valorizzato, collegato in modo più efficiente di quanto non si sia fatto all'offerta turistica e al made in Italy». In concreto? «Guardiamo al fenomeno che segnerà il turismo del prossimo futuro: secondo le stime più accreditate, la Cina sfornerà fra i 100 e 180 milioni di turisti l'anno, l'India una cinquantina, la Russia fra i 20 e i 30. Intercettarne anche soltanto una parte significherebbe raddoppiare il flusso di stranieri verso l'Italia, capovolgendo quel rapporto che oggi, con i nostri 40 milioni di presenze, ci vede dietro la Francia, che ne fa 77, e la Spagna che ci ha superato, raggiungendo i 50 milioni. Un ritardo che è senza giustificazioni, se guardiamo all'unicità della nostra ricchezza culturale». Il problema è come intercettare questo nuovo turismo di massa... «Le nostre potenzialità sonc enormi. Basta pensare a come si potrebbe sfruttare la presenza italiana in Cina: siamo il Paese che sta restaurando la Città Proibita a Pechino, che con "Spazio Italia" espone stabilmente in piazza Tien an men, che è la patria dell'opera lirica amatissima in Oriente e del campionato di calcio più bello del mondo, seguito da centinaia di milioni di cinesi». A fronte di questi vantaggi, abbiamo delle debolezze strutturali gravi. Ne cito soltanto una: l'Alitalia non ha un volo diretto per la Cina, mentre la Lufthansa quest'anno ha portato i suoi da 26 a 41... «Esatto. E quel che è ancora più grave è che gli altri offrono dei pacchetti integrati: viaggio, albergo, visite ai musei, spettacoli; il nostro turismo invece è povero di queste offerte. Per fare un altro esempio: in Italia il numero dei posti letto è sufficiente e all'altezza di quello dei Paesi concorrenti, ma è polverizzato in una miriade di piccole strutture. Con il risultato che per i tour operator internazionali è difficile reperirli e lavorare sui grandi numeri; e quindi il. tasso di utilizzazione dei posti letto che, per dire, in Grecia è oltre il 50 per cento, da noi è assai più basso. Insomma, al nostro turismo manca la possibilità di fare quella "massa critica" che, fra l'altro, consente anche di offrire i servizi a prezzi più vantaggiosi alimentando un circolo virtuoso». Che cosa può fare lo Stato? Allo Stato spetta il compito di varare politiche che favoriscano l'aggregazione dell'offerta turistica. Può creare strumenti che facilitino la ricerca della clientela. Può studiare incentivi fiscali per chi sfrutta appieno i posti letto dei quali dispone e disincentivi per chi li lascia inutilizzati. Può spingere l'acceleratore sulla promozione. Senza contare che Cina e Russia hanno ancora dei mercati organizzati dirigisticamente e che quindi gli accordi internazionali possono essere molto, ma molto proficui». Per attuare programmi così ambiziosi non servirebbe una «testa» unica, accorpare cioè le competenze che oggi sono disperse tra ministero dei Beni Culturali, ministero delle Attività Produttive, Enit e Regioni? E magari ricreare un dicastero per il Turismo? «Serve certamente un momento di sintesi. Perché l'idea di decentrare le competenze turistiche in modo che ognuno valorizzasse il proprio patrimonio culturale e naturale è buona; però, il turista che viene in Italia non vuole andare solo a Venezia o a Firenze, ma magari venire a Roma e poi farsi una settimana di mare in Sicilia... dunque l'esigenza di un coordinamento centrale c'è». Esigenza alla quale non può rispondere l'Enit: quando sarà trasformato in una vera e propria agenzia per il turismo? «Non si possono risolvere i problemi di un'automobile semplicemente stringendo un bullone: l'Enit è uno strumento utile; "Choose Italy" è un grande progetto per il Paese». IL FENOMENO LE POTENZIALITÀ' E' di almeno 100 milioni di persone il bacino potenziale dei turisti cinesi. Si tratta dei nuovi «ricchi», disposti a tutto pur di viaggiare all'estero. L'Europa è la loro meta numero uno. I PRIMI ARRIVI Soltanto nel 2005 i cinesi che dovrebbero venire a visitare l'Italia - dicono le previsoni -saranno oltre mezzo milione. I primì arrivi, già in queste settimane, fanno ipotizzare un picco di 16 mila persone al mese. L'ACCORDO Questo enorme mercato si sta aprendo grazie all'accordo tra l'Unione europea e la Repubblica popolare cinese, firmato a Pechino l'anno scorso, sotto la presidenza italiana dell'Ue, e diventato operativo dal 1 settembre. L'intesa consente liberi flussi turistici e liberalizza i visti. L'IDENTIKIT Arrcchiti dall'impetuoso boom economico, i turisti cinesi si dividono in due categorìe: i «medi», che potranno permettersi un solo viaggio, e gli «affluenti», che prevedono di tornare In Europa più volte. Prima delegazione a Roma Porte aperte al turismo cinese in Italia. «Un mercato enorme, visto che parliamo di un Paese che oggi ha già una potenzialità di 100 milioni di turisti ricchi. Una cifra destinata a crescere esponenzialmente, considerata la notevole crescita del Paese». Sono ottimistiche le prospettive indicate dal sottosegretario alle Attività Produttive, Giuseppe Galati, che ieri ha accolto a a Roma, sullo sfondo del Colosseo e dell'Arco di Costammo, la prima delegazione ufficiale di cinesi con il visto turistico italiano. Quello proveniente dalla Cina - ha aggiunto Galati - è un turismo «ricco e interessato» alla cultura, alla moda, all' arredamento. La delegazione che è giunta a Roma, dopo un lungo giro per l'Italia, è composta di tour operator, giornalisti e rappresentanti istituzionali.